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Storia di Spezzano Piccolo


Spezzano Piccolo
centro alle falde dell'Altopiano della Sila, uno dei tanti paesi che fanno corona al capoluogo vengono denominati i Casali.
Sull'origine di Spezzano Piccolo non c'è nulla di specifico, ma, senz'altro, la sua origine si può far risalire al periodo delle invasioni barbariche saracene (960-986), quando i cittadini di Cosenza fuggirono dalla città incendiata e distrutta, e si rifugiarono sui monti vicini, dove certamente esistevano delle capanne di pastori e di lavoratori del legno, ingrossando quei nuclei e dando vita ai cento e più Casali, detti del Manco e quindi organizzati, in seguito, a baglive (dal R. Baglivo, esattore) che si distinsero per non avere mai piegato al potere feudale (Barrio) . Spezzano Piccolo dovette sorgere insieme all'altro Spezzano, chiamato fino al '28 di questo secolo "grande". E non può essere diversamente perché i due appellativi stanno a dimostrare la grandezza dei due Casali sia come estensione territoriale che come numero di abitanti. Alcuni storici fanno provenire il nome Spezzano da Spatiani e cioè spazio, che secondo la sua vastità che si apre al di sotto del centro abitato dà l'appellativo di " Grande e di Piccolo"; altri lo fanno derivare dell'arabo.
Questo paese ebbe grande importanza essendo sede del più grande baglivato che comprendeva oltre a Spezzano Piccolo, Macchisi e Macchia i casali di Casole Bruzio, Verticelli Scalzati, Cribari, Trenta, Feruci e Magli con oltre 800 fuochi (fine del 1500). Venne prescelto come sede di due famiglie di origine spagnola, la Spina e la Varrese poi Barrese, nobile la prima, dei duca di Castrovillari la seconda, le quali, stabilitesi in Spezzano Piccolo, si divisero il territorio: Gli Spina in Spezzano Piccolo con palazzo in località "Convento", la Barrese in Macchia con relativa proprietà terriera intorno all'abitato e in Sila e che ancora restano i nomi: Petrara di Spina- Rijo di Varrese, Spinarella- Timpone Barrese. Di queste famiglie troviamo alcuni personaggi che si schierarono per questo o qel dominatore si dà poter rimanere sempre al comando: Giovanni e Maso Barrese venuti con l'esercito spagnolo nel 1461 combattono a favore degli Aragonesi contro gli Angioini, dove cadde trucidato a Cosenza, Giovanni, che viene vendicato da Maso che uccidendo gli assassini del fratello e mettendo a ferro e a fuoco Acri, dimostrando una ferocia inimmaginabile, facendo squartare vivo il giovane capo acrese Clancioffo.
Troviamo un Alessandro Raimondo capitano d'armi della regina Giovanna che venne disfatto dagli Angioini, nel 1422. Troviamo un Lelio Monaco certamente di Spezzano Piccolo Macchia, che è iscritto nei registri parrocchiali del 1714, che insieme a Giuseppe Monaco fu oppositore contro i dominatori spagnoli, i quali volevano vendere i casali.
Con l'avvento della borghesia le due famiglie perdettero di potenza e di prestigio e altre famiglie si affacciarono alla ribalta del potere amministrativo: Gli Scorzafave, i Greco, I Catalano a Spezzano Piccolo i Tricarico i Benvenuti e i Gullo a Macchia. Di queste famiglie la Gullo ancora oggi gode la stima generale e ciò è dovuto all'avv. Fausto Gullo, figlio dell'ing. Luigi Gullo che oltre ad essere un principe del Foro, fin da giovane, rompendo con la tradizione borghese si iscrisse al partito socialista, passando nel 1921 , a quello comunista ed iniziando la sua attività politica. Fu consigliere provinciale per il collegio di Spezzano Grande, Deputato al Parlamento, prima e dopo la caduta del fascismo venne nominato deputato alla Costituente ed ininterrottamente fino al 1972. Fu ministro dell'agricoltura nei gabinetti Bonomi, Parri e De Gasperi e poi ministro di Grazia e Giustizia nei gabinetti De Gasperi fino al 1947.
Ha fatto parte del Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano fino alla sua morte avvenuta a Macchia il 3 settembre 1974. Fu Vice Presidente del gruppo parlamentare Comunista. E' chiamato il Ministro dei contadini per i suoi decreti sulla terra che portano il suo nome:" I Decreti Gullo", i quali ruppero il latifondo e diedero l'avvio alla riforma agraria in seguito approvata anche se non come il Nostro l'aveva ideata e l'avrebbe voluta.
Le famiglie Tricarico e Benvenuti hanno venduto tutte le loro proprietà. Oscar Tricarico, morto alcuni anni fa a Roma, fu consigliere di Stato; i Benvenuti non ebbero figli maschi gli eredi da parte femminile vivono a Cosenza col cognome Oliverio. Gli Scorzafave dopo le lotte sostenute con le due famiglie nobili dovettero abbandonare il paese e la loro casa - in rione Casale - venne venduta alla famiglia Bafaro. I Catalano- anche loro spagnoli - dopo le vicissitudini brigantesche sono rimasti dei piccoli borghesi. I Greco - in origine dovevano essere un solo ceppo - oggi sono numerosissimi. Ebbero il loro alto splendore nel secolo scorso col sindaco Michele Greco.
Ed è nel 800 che insorge contro lo strapotere dei signorotti un uomo che veniva dal popolo e che con la sua azione, se non sempre rettilinea, cercò di dimostrare che i privilegi dovevano avere fine. Era Pietro Monaco ( discendente di Lelio Monaco ?, il celebre capo brigante della Sila ricordato da Padula e da Misasi e non sempre tratteggiato con imparzialità. Mi raccontava Giovanni Perri, che ricordava le gesta del Monaco e ne era compaesano, nato nel ......... e morto il ........... , che il Monaco si trovò brigante per un sopruso subito e precisamente perché doveva ritornare a fare il soldato di leva dopo averne fatto già sette anni. Allora scappò e dopo avere cercato di uccidere colui che aveva carpito la buona fede del padre si diede alla macchia e insieme alla moglie, Maria Oliverio batté la Sila e i paesi silani recando stragi ma sempre contro il ricco e il potente. Tradito da un compare di Serra- dicono un Celestino- ferito, ordinò alla moglie di tagliargli la testa e portarsela via per non farne oggetto di ludribio. La moglie così fece e dato fuoco alla capanna riuscì a sfuggire ai soldati e dopo poco tempo venne catturata e finì i suoi giorni in carcere.
Nel parlare di Spezzano Piccolo non si poteva fare a meno di parlare delle famiglie che hanno dominato questo paese, poiché è notorio che la storia dei piccoli e grandi centri era legata alla storia di alcune famiglie che man mano che gli eventi mutavano, acquistavano prestigio e potenza e soppiantavano le vecchie, nobili per tradizioni o per ricchezza. Oggi è tutto modificato. Non è questa o quella famiglia che dirige, che despotizza ( benché ancora non mancano alcuni boriosi ad autodefinirsi i "capi" del paese) ma oggi è il popolo, sono gli operai, i contadini, le classi più umili, riuniti in partito politico, che fanno la storia dei loro paesi e delle nazioni; sono loro che mutano il volto della società, sono loro la nuova potenza, la nuova forza economica, la nuova ricchezza; sono loro che abbattono tutto e tutti, che creano il benessere e portano la civiltà nel paese.

Note:
(1) Vedi Casali di Cosenza dell'autore;
(2) Il Molfese lo descrive così : " Pietro Monaco, ex soldato borbonico e poi volontario dell'esercito meridionale garibaldino che si gettò alla montagna dopo aver ucciso un proprietario di Serra Pedace. ( Storia del brigantaggio in Italia). Altri dicono : " Pietro Monaco, detto brutta cera, di Macchia, frazione di Spezzano Piccolo, sortito da una delle ordinarie leve servì nell'armata borbonica fino al 1860, anno in cui disertò e ritornò a casa. Fu consigliato di partire volontario e così fece ma quando rientrò dopo la battaglia di Agrifoglio venne richiamato per terminare la leva. Prima si nascose e poi passò nella banda di Domenico Palma e infine costituì una propria banda.

(3) Maria Oliverio, appellata Ciccilla, seguiva il marito dopo aver ucciso la sorella Filomena Oliverio, per gelosia, come la descrive N. Misasi in "Magna Sila", anche se romanzata. Il fatto di sangue avvenne a Macchia nella casetta vicino alla filanda Gullo, oggi Vico nord II. La Oliverio è originaria di Casole Bruzio. Dopo la morte del marito avvenuta in territorio di Serra Pedace dopo essere riuscita a sfuggire col cugino Nicola, mentre era in una grotta, nel Crotonese, venne catturata e finì i suoi giorni nel carcere dei Fenestrelle.


Quei tronconi del tempo di Alarico e dei Saraceni, quelle casupole abbarbicate attorno al palazzo del signorotto dei tempi della dominazione franco-spagnola man mano si ricongiunsero, specialmente nel primo di questo secolo, per l'attività edilizia dei Greco, Bonanno e Federico.
Nei primi anni del secolo furono costruiti i fabbricati lungo corso Roma, ieri via Umberto e corso Garibaldi, sulle strade provinciali ( ieri consorziale) che congiunge i paesi della Presila ( Spezzano Piccolo, Casole Bruzio e Trenta e loro frazioni) con Cosenza. Venne colmato parte del vallone esistente dove è oggi Piazza Primo Maggio e l'altro fossato oltre la casa Polillo Vito e così i due tronconi- Spezzano Piccolo e Macchisi- vennero uniti e fecero cessare quel vecchio campanilismo fra le due parti che ricordavano le fazioni Spina e Barrese dei tempi antichi.
A dimostrazione di quanto affermato giova ricordare che nei due tronconi esistevano due parrocchie ecclesiali e una terza a Macchia: ( L'Annunciata e Macchisi; l'Assunta a Spezzano Piccolo e S.Andrea a Macchia. Il convento oggi dirupato, era sorto quale cappella degli Spina (Santa Caterina), benché questa famiglia ne pagò un censo al comune quale fitto; mentre in via Annunciata vi era la cappella dei Barrese, oggi adibita a magazzino. Il Convento fu abitato dai monaci, come quello di San Giovannello. Poi entrambi vennero soppressi dalle leggi Napoleoniche, anche se quello di San Giovannello era stato distrutto dai terremoti e le suppellettili consegnate alla chiesa di Sant'Andrea (3). Vi furono periodi che nel comune svolgevano attività ben sette preti oltre ai monaci dei conventi e la popolazione non superava i 900 abitanti. I ricchi del tempo non facevano mancare l'assistenza spirituale; che mancava quella materiale non c'era niente di strano!!!
I rioni principali erano e sono: il Casale nella parte alta di Macchisi; Il Convento o Sant'Angelo intorno alla chiesa dell'Assunta; il Petroncello, sotto la detta chiesa verso ovest; Cinello-Santa Chiara andando verso Cosenza; Trivona, sotto il municipio; Macchia distante circa un chilometro, con la località : Piturro (dalla sorgente omonima), Cona, dove vi è un icona intitolata alla Madonna delle Grazie, via Abate già Sant'Andrea vecchio, dove esisteva una chiesuccia in onore del Santo, prima che si costruisse la chiesa attuale.
Le strade principali oltre a via Roma e via Annunciata sono: Via D. Alighieri che porta da Macchisi a Macchia; via P. Togliatti che da Piazza Primo maggio porta a Macchia e si ricongiunge a via D. Alighieri e a via Garibaldi (Macchia), e che si chiamava via Stazione; via Gramsci, dalla Provinciale attraversa il casale e si ricongiunge con Sant'Angelo e Serra Pedace. Altre sono via dei Greci,vico Canale,via Spirito Santo, via E. Zumpano,sorta nel '70, nel quartiere Macchisi e in Spezzano piccolo: Marinella, Gelseto, S. Lucia, Piazza Duomo, Piazza Concordia Repubblicana, Via F. Gullo, Via G. Rossa, sono strade di nuova costruzione che hanno ampliato il perimetro dell'abitato, facendo estendere il paese nella parte a valle verso il confine con Casole Bruzio.
Di artistico vi è la chiesa dell'Assunta con alcuni quadri del Santanna e l'altare maggiore di grande valore artistico. Nella casa Scorzafave vi erano pitture nella galleria, oggi coperte con pitture a calce alle pareti e al soffitto. Nelle case delle vecchie famiglie c'è rimasto poco o nulla avendole o rimodernizzate o distrutte.
In fatto di costruzioni un grande impulso si ebbe tra la fine dell'800 e il 1930, in quanto in questi 30 anni sono sorti interi rioni oltre al congiungimento di via Roma con via Umberto fino a Cinello, vennero costruiti il rione Croce- Via delle Cerase (oggi vi D, Alighieri), via Stazione (oggi P. Togliatti), via A. Gramsci e l'intera zona di S. Angelo oltre ad un incremento se anche disordinato e speculativo su via F. Gullo e giù a valle su via G. Rossa, oltre a diverse opere pubbliche: edificio scolastico elementare, asilo nido, scuola materna, bagni pubblici con piazza e la sede della Comunità Montana Silana. Lo sviluppo edilizio, tranne l'ultimo periodo in cui si sono affacciati dei palazzinari, non si deve pensare che sia stata opera dei ricchi del posto; ne fu protagonista il proletariato spezzanese, vendendo la sua forza lavoro agli americani e alle nazioni Europee così che con grandi sacrifici costruirono la casetta, aspirazione di tutti gli emigrati. Oggi il problema della casa può dirsi risolto ma ci furono periodi, come la crisi del '29, la politica fascista di guerre continue, che avevano fermato lo svilupppo del primo decennio del secolo, mentre la popolazione aumentava sempre più (dai 1600 ab. del '30 si arriva ai 2267 del '51 e intere famiglie vivevano in una sola stanza e le malattie sociali aumentarono
La popolazione è dedita all'edilizia, seguita da una parte di lavoratori della terra, ma grande incremento ha avuto in questi ultimi anni l'attività terziaria, gli impiegati sono aumentati ai professionisti. La disoccupazione è consistente anche se disoccupati non sono più soltanto gli operai, ma sono i professionisti, specie di diplomati che per vivere mettono da parte il titolo di studio e si presentano a fare i lavori manuali. Il lavoro come sempre viene offerto dalla città di Cosenza e dall'Altopiano silano.
La coltivazione della terra che è tra le principali occupazioni nei secoli scorsi va man mano decadendo, è rimasta in piedi la coltivazione della patata, mentre un certo progresso ha avuto il turismo, sul quale devono maggiormente lavorare le popolazioni perché sarà fonte di ricchezza ma che certamente non basterà ha dare da vivere a tutta la popolazione silana. A dire il vero la Sila non è più la terra leggendaria dalle maestose pinete, covo di lupi la terra, covo di briganti, dove venivano perpetrati i più efferati delitti. Oggi è solcata di strade, di ferrovie, disseminata di villaggi, di alberghi, servita da autobus. Le sue acque sono state arrestate con grandi dighe, formanti i laghi di Ampollino, Cecita (Mucone), Trepidò, Ariamacina che servono le centrali elettriche che producono milioni e milioni di KW di energia elettrica. La grande industria del legno che dominò per tutto il periodo bellico e anche dopo è andata diminuendo. Grande fu lo scempio alla ( gran bosco d'Italia ) venne fatto prima dai tedeschi e poi dagli alleati e infine della stesso demanio che tagliò boschi secolari di pino-betullo, mentre la mancanza di energia elettrica fece salire il prezzo del carbone e anche i boschi di faggio vennero (massacrati) , da schiere di improvvisati carbonai e taglialegna. Per quanto riguarda il turismo la Sila non è stata valorizzata per quanto si doveva. Mancano ancora diversi servizi e pochi sono i centri in cui si trova una certa attrezzatura soddisfacente: Camigliatello centro della Sila che aspira al riconoscimento di Comune autonomo, Silvana Mansio, Moccone, Fago del Soldato, Monte Curcio, Lorica, Cavaliere e gli stesi villaggi della riforma.
La nostra popolazione ha dimostrato una grande emancipazione politica. Figlia dei famosi casalesi Lelio Monaco e Guzzolini, erede di quelle popolazioni che combatterono contro i dominatori del momento anche in tempi recenti si ribellò alla tirannide fascista e padronale, occupando in pieno regime, le terre silane che i famosi proprietari terrieri, usurpatori delle stesse, non volevano cedere ai contadini e alla gente del luogo per lavorarle. La lotta fu decisa ma compatta e i gerarchi fascisti furono costretti ad assegnare le terre a ( terraggera), facendo pagare un tanto per ogni tomolata di terra. Altre lotte furono condotte in seguito. Per ben due volte sui muri del paese, sempre in pieno regime, apparvero i simboli del lavoro, la falce e il martello, emblema del partito comunista. Gli arresti furono eseguiti in massa; tutti i sospetti di antifascismo furono messi in galera, alcuni vennero condannati. Furono condannati per quelle scritture che avevano un grande significato, cioè dimostravano che il nostro popolo non sopportava quel regime, quella politica, quella economia imposta con la forza (nelle ultime elezioni fatte dal fascismo molti cittadini votarono apertamente per il partito socialista e comunista sfidando le squadre del regime, dimostrando chiaramente che il loro partito era il partito comunista e, infatti, alla fine della seconda guerra mondiale intorno a questo partito si sono riuniti, scacciando il podestà fascista, bruciando gli emblemi e le cartacce fasciste e votando nel 1946, il 31 marzo, per la lista della Rinascita, per il PCI, che ebbe circa il 70% dei suffragi contro le liste dei pseudo-socialisti e degli indipendenti che racchiudevano i vecchi interessi delle solite famiglie che avevano dominato durante gli ultimi anni con qualche cambiamento di nome.
E questa fiducia continuò per oltre un trentennio e dopo breve parentesi continua ancora anche se con forme diverse e mentalità diversa.

Questi paesi si presentano alla ribalta della storia dopo l'invasione dei Saraceni "975" della città di Cosenza, i cui cittadini, per scampare alla morte o alla deportazione schiavistica, si rifugiarono nei boschi silani. Ma non é da escludere che alcuni di questi paesi ebbero origine nei tempi romani, se é vero come é vero , che la Sila forniva il legname per la costruzione delle navi di Roma o al più tardi durante l'invasione dei Visigoti di Alarico "540".Diversi storici, infatti, parlano di ripopolamento di questi paesi durante l'invasione e la distruzione di Cosenza da parte di Albucassino, quali Rogliano, Pietrafitta, Castiglione, ecc.
Certo é che i Casali già nel 1100 dovevano avere un grande prestigio se già uno dei suoi paesi era sede di magistratura con residenza di famiglia patrizia "Celico", dove nacque Gioacchino da Fiore, della famiglia dei Gioacchini o dei Jaccinis. Nella chiesa dove fu battezzato, l'attuale chiesa di S. Michele, si legge: " Questo luogo sacro era prima del 1100, anno in cui fiorì il beato Gioacchino, uomo patrizio - un grande terremoto la ruinò nel 1638, riedificata nel 1641". Da ciò si rileva che i paesi dei Casali erano sorti molto prima di quella data e che per quei tempi avevano raggiunto una grande civiltà tanto da avere un notaio in Celico, che era Mauro dei Gioacchini, padre dell'abate il quale possedeva diversi fondi confinanti col fiume Cannavino in agro di Celico E sappiamo di certo che nel 1266, anno della battaglia di Benevento, ove morì il re Manfredi, troviamo nominati i Casali, anzi la divisione amministrativa fra Università di Cosenza e Casali. In questo periodo i Casali erano abbastanza progrediti. Basta pensare che i cittadini, divisi in fazioni, si battevano per l'uno o per l'altro signore, come avveniva a Firenze e nel nord d'Italia anche se non organizzati in "Comuni". E da queste lotte cruente fra le fazioni degli Angioini e degli Svevi che si contendevano il dominio dell'Italia meridionale, i Casali ne fecero le spese.
Carlo D'Angiò, dopo aver sconfitto Manfredi -1266- e Corradino " Tagliacozzo, 1269", iniziò l'assegnazione dei feudi ai suoi commilitoni e come dice il D'Ippolito, assegnò " ben 169 città del nostro infelice paese, spogliando dei beni tutti coloro che avevano parteggiato per gli Svevi", come feudi ai suoi notabili.
Diversi furono i re che dominarono sui Casali troviamo, infatti, Carlo III , il re Roberto, la regina Giovanna I, detronizzata in seguito da Carlo di Durazzo quando lei aveva scelto il suo successore Luigi D'Angiò. Carlo Durazzo morì nel 1386, vittima di un attentato ed allora ebbe inizio o meglio si riaccese una feroce guerra civile che nei Casali portò all'odio di parte e vennero commessi eccessi deplorevoli fino a che il D'Angiò fu costretto a cedere al figlio del Durazzo, Ladislao, il trono, ma che a sua volta fu attentato e gli successe la sorella Giovanni II , donna depravatissima. A questo punto, siamo nel 1419, gli animi dei cittadini dei Casali, che erano già tesi per l'odio di parte dilagante, alle notizie che la regina commetteva di soprusi e degli atti sconsiderati e che aveva adottato Alfonso D'Aragona, divamparono lotte fratricide e senza quartiere e Cosenza venne devastata dai Casalesi.
Sarà l'unica volta che i Casali e la città di Cosenza si combatterono.
Nel 1422 la fazione Angioina provocò la rivolta per vendicarsi delle sconfitte subite e per i soprusi patiti e sconfisse le truppe della regina che erano al comando del generale Alessandro Raimondo di Spezzano Piccolo Il generale Raimondo aveva senz'altro organizzato parte dei Casali a combattere in favore della regina Giovanna, e anche se sconfitto, nel 1440 si oppose al marchese di Crotone, Centaglia, generale aragonese, che avanzava per impadronirsi di Cosenza. E le lotte continuarono violente fra Giovanni D'Angiò e gli Aragonesi tanto che nel 1461 questi distrussero Cosenza e Giovanni Barrese tentò di sopprimere tutta la fazione angioina ma venne affrontato e perì nello scontro, per alcuni venne ucciso a tradimento. I Casali per un primo tempo fedeli agli Aragonesi, in seguito si rivoltarono contro di essi ed allora fu spedito il temutissimo capitano Maso Barrese che portò lutti e rovine, vendicandosi, nello stesso tempo, della morte del fratello Giovanni. La vittoria degli spagnoli portò l'obbrobriosa schiavitù del periodo vicereale. I Casalesi or combattendo per l'una or per l'altra fazione, crearono una frattura nel popolo e nello stesso tempo, inconsapevolmente, si diedro dei dominatori e ne ebbbero di conseguenza la perdita della libertà e peggio la perdita di ogni volontà di lottare, tanto che durante questo lungo periodo rimasero inattivi, almeno fino al 1647, data di un memorabile fatto d'armi, che deve essere conosciuto da tutti i casalesi, perché segna la riscossa di queste nostre popolazioni.
E' notorio che la città di Cosenza e i suoi Casali, facenti parte del R. Demanio, non potevano essere assoggettati al feudatario. Ma nel 1596, sotto il viceré Don Enrico Gusman, conte di Olivares, venne notificato alla città di Cosenza che sarebbero stati venduti i Casali ad un feudatario. Questa prima volta vennero pagati 40 mila ducati per il riscatto. Nel 1597 gli spagnoli riuscirono a dividere la borghesia mettendone una buona parte contro la nobiltà, la quale non voleva che altre famiglie entrassero nel Sedile e crearono un " Sedile dei Nobili" a Cosenza. Nel 1599, i casali si spopolarono per l'infierire della Inquisizione e la maggior parte si diede al brigantaggio. Ed é anche in questi periodo che i Casali sono in prima fila quali fautori della dottrina del Campanella (1603) e molti dotti figli di questo nostro paese salirono il patibolo per le nuove idee filosofiche del grande frate di Stilo.
Nello stesso periodo vengono imposti dei gravosi balzelli contro i quali insorge il popolo, provocando un altra ondata di brigantaggio, molto più feroce della prima. Ma nel 1631 si vendono per la seconda volta i Casali e la popolazione deve pagare 50 mila ducati per riscattarsi dal selvaggio, ottenendone un istrumento. Ma con i dominatori e i feudatari gli strumenti e i patti non valgono nulla ed infatti nel 1644, dopo appena 13 anni, il nuovo viceré il duca di Medina della Torre, vendeva i Casali al marchese Salvioli, il quale inviava il procuratore Saraceni Toscano a prendere possesso e questi si stabilì a Celico. E fu allora che le popolazioni dei Casalesi sollevarono, perché avevano troppo subito, avevano troppo sopportato la baldanza e la tracotanza dei dominatori. Così narra l'episodio il D'Ippolito:" Un Isidoro Guzzolino, alla testa di duemila casalesi, snidò da Celico il Saraceni Toscano costringendolo man mano ad abbandonare non solo i Casali ma a tornarsene a Napoli con immenso scorno del governo vicereale. A questo movimento dei Casali ne seguirono altri violentissimi ma il Governo inasprì il fisco, i nobili guazzavano nella ricchezza ma il popolo non cedette, anzi rafforzò la lotta, gli odi ritornarono e le liti si accesero fra nobili, borghesi e popolani. Molti palazzi di Cosenza vennero saccheggiati e incendiati ed il nobile Scipione Sanbiase venne massacrato, altri nobili riuscirono a salvarsi con la fuga. Comandava i popolani Giuseppe Gervasi che aveva alle sue dipendenze i casalesi diretti da Guzzolino. Insieme al Guzzolino erano Cesare e Francesco Caputo, Ottavio Gallo Giuseppe e Lelio Monaco . Un Azzimbaturo dirigeva le operazioni del sacco a Cosenza. " Le lotte certamente continuarono violente ed il Governo le alimentava, cercando di creare fratture e divisioni per meglio mantenere il potere. Ed é proprio di questo periodo che troviamo le emigrazioni nella terra di San Giovanni in Fiore, dove si rifugiavano tutti coloro che avendo partecipato a queste lotte avevano perduto.
Nel 1660 venne conchiusa la pace fra la Francia e la Spagna e per i nostri paesi si aprì un periodo di tranquillità e di un
certo benessere. Ma tutto questo durò poco perché le lotte ripresero nel 1681 quando il Governo chiuse il Sedile dei nobili Cosentini Nel 1707 abbiamo un cambiamento di padrone : agli spagnoli subentrarono prima Carlo D'Austria e poi i Borboni. Nel 1734 ha fine il potere vicereale e l'avvento al trono di Carlo III , figlio di Filippo IV. Dal potere autoritario si passò all'autonomia del regno
ma il popolo venne gravato ancora una volta di balzelli pesantissimi per far fronte alle spese pazzesche del Monarca. Ebbe così inizio la lotta tra il potere regale e i feudatari che avevano acquistato grande potenza. Si ebbero, é vero, le famose leggi Tanassi ,che limitarono i poteri dei baroni ma, questi, con l'acquiescenza del Re, che li volle ricompensare con l'aiuto prestatogli durante la guerra contro l'Austria (1744) , presero il sopravvento. Il successore di Carlo III, il figlio Ferdinando IV, di fronte all'esosità dei Baroni nei riguardi della popolazione, non potendoli fronteggiare direttamente, lì richiamò alla corte. Nel 1799 i Francesi occuparono Napoli, Ferdinando si ritirò a Palermo e venne proclamata la Repubblica Partenopea. A seguito di ciò sorge il movimento brigantesco , voluto, sorretto e finanziato dal re Ferdinando, il quale mandò il cardinale Ruffo a Scilla in Calabria, per la riconquista del regno. Sorge questo movimento brigantesco che alle sue origini é senz'altro un movimento politico ma che mano a mano va assumendo forme di degenerazioni, così che mentre alcuni movimenti e in delimitate zone, alcune bande sono per la difesa e l'unità del regno o meglio per difendere il re Ferdinando IV, altre ed in maggior numero sono per le ruberie, le uccisioni, le vendette personali ed erano diventate il ricetto di vagabondi e di delinquenti comuni. La nostra Calabria ne fu infestata e nei Casali ne troviamo decine e decine con capi temutissimi che diedero filo da torcere alla gendarmeria e ai potenti baroni.
Mettendo fuori discussione il Monaco che fu brigante per ribellione al dispotismo imperante in quel tempo, troviamo nomi come il Catalano di Verticelli, Giosafatte Tallarico, l'Arnone di Celico, il Sijnardi di Pietrafitta De Luca di Acri, legati al Franzese, il Bianco al Pagliaro, al Ricca , e tanti e tanti che erano briganti per vendetta, per rapina e non certo per amor di Patria. Il Ruffo riuscì a conquistare Napoli e il re Ferdinando poté ritornare sul trono. Ma nel 1805 con la vittoria di Napoleone sugli Anglo-Russi,(Austerliz) il Napoletano venne occupato dal Bonaparte e Ferdinando ritornò a rifuggiarsi in Sicilia, da dove, come nei tempi della Repubblica Partenopea, iniziò la guerriglia contro i Francesi di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Nel 1808 Gioacchino Murat generale e cognato di Napoleone, succedeva a Giuseppe Bonaparte sul trono e continuava la lotta contro il re Ferdinando sconfiggendo sia il brigantaggio che quel nuovo movimento che stava sorgendo in quei tempi : LA CARBONERIA.
Ed é a questo periodo che certamente si collega la strage di una compagnia di soldati francesi nella "Cava di Zinzi", sopra l'abitato di Spezzano Piccolo, strada che portava in Sila e quindi a San Giovanni in Fiore, strage avvenuta ad opera di cittadini armati dei Casali, comandati da Muzio Barrese, della nobile famiglia discendente del Maso famoso. Alcuni anziani ricordavano che nei principi di questo secolo ancora si trovavano monete francesi , rottami di sciabole ed armi in detta località. Questa compagnia dopo avere partecipato al "sacco di Pedace", ( 1806 ) si dirigeva verso San Giovanni in Fiore per rafforzare quella guarnigione che era stata attaccata dalla popolazione locale.
Tuttavia i nostri Casali in quel momento erano divisi: alcuni in favore del Borbone, altri dei Francesi e ciò avveniva anche nello stesso Casale. Certo é che la nostra zona fu infestata dai briganti e ciò maggiormente era dovuto all'asperità del terreno che si prestava al nascondiglio e alla sicurezza delle bande.
Il 1815, dietro la disfatta di Napoleone, Ferdinando IV ritorna a Napoli assumendo il nome di Ferdinando I e riunendo i due regni con il nome di due Sicilie. Il movimento popolare si estese e i paesi dei casali di Cosenza, ormai eretti con decreto del 04-05-1811 a Comune e Villaggio (Frazione ), iniziandola lotta per l'unità d'Italia e ne fanno fede alcuni episodi che sono stati registrati dagli storici o da atti pubblici del tempo.
Nel 1809 vi fu un grave scontro in località Percacciante tra Borbonici e patrioti e diverse ne avvennero in diverse località della Calabria. Altre lotte avvenivano nelle nostre contrade specialmente per la questione delle terre silane, annesse dai baroni o come dice il Padula:"Ogni proprietario visto che l'Italia si é fatta con le annessioni, ha voluto seguire il medesimo metodo e ha annesso ai suoi fondi i limitrofi terreni ed ecclesiastici", costringendo il re Ferdinando II, nel 1843, a stabilire la giurisdizione del commissario civile per la Sila e determinare i diritti degli abitanti di Cosenza e dei Casali.Durante i moti de 1844 non furono soltanto i paesi albanesi ad insorgere ma anche nei Casali vi furono dei movimenti e delle lotte che culminarono nei fatti sanguinosi avvenuti nel comune di Celico. I Casali, come nel passato, appoggiarono quei movimenti che potevano portare delle libertà e meno vassallaggio, così in questo periodo, combatterono per le nuove idee, per fare l'Italia una e indipendente.
E si può essere certi che i Casali della Sila hanno dato il loro grande contributo all'unità della parti e ne fanno fede degli episodi ormai storici. Infatti nel 1860, mentre Garibaldi sbarca in Sicilia con i suoi Mille, nel meridione si hanno dei movimenti libertari e fra questi quello dei Casali. Lo storico Gustavo Valente ci da conferma della partecipazione dei Celichesi ad Agrifoglio, " ove corse certamente un Antonio Scrivano da Minnito" e della notizia sulla vittoria sul generale Ghio, portata a Celico e Minnito dal barone Cosentini e poi "la bandiera tricolore con lo stemma dei Savoia fu sventolata dal Ripoli assieme ai patrioti del '48 e del '60 si hanno altre notizie da un attestato rilasciato dal Consiglio Comunale di Celico al Ripoli per i suoi 13 anni di attività patriottica.
Da questi pochi episodi citati balza chiaro come i nostri Casalesi appoggiarono le rivendicazioni della nostra zona e specie per quanto riguardano le terre Silane, problema ancora oggi di attualità, che gli eredi di questi baroni, oggi baroni o meno baroni, non vogliono cedere ed anzi parlano di abuso di potere da parte di Governi e di Partiti politici quando questi chiedono che la terra venga data ai contadini o meglio a chi la lavora, perché, affermano, questa terra é sudore dei loro avi. A questo proposito cito il Caracciolo: "Le istituivano nuove difese". Nel 1841 e nel 1847 Cosenza e Casali chiese l'abolizione anche delle regie difese. Non ottennero nulla ma a lungo andare con la decadenza dell'industria armentizia tutte le difese regie furono dismesse e il territorio silano entrò nel diritto comune. Peggio ancora perché venne a mancare ogni freno alle usurpazioni dei privati e alle pretese fiscali del Governo e sotto il Governo Spagnolo la stessa demanialità dei Casali divenne causa di ricatto. Perciò per quanto detto e scritto da diversi grandi e piccoli autori e competenti é pacifico che le terre degli attuali feudatari sono state usurpate ai demani statali e ai beni ecclesiastici.
E così le lotte continuarono anzi si inasprirono sempre di più e non soltanto per le terre ma per il lavoro e un migliore tenore di vita.
Mandati via i Borboni e costituita l'unità d'Italia il popolo del Meridione attendeva giustizia dopo moltissimi anni di schiavitù e servaggio. Ma fu cambiato semplicemente il maestro mentre la musica rimaneva la stessa o peggiorò de tutto. La borghesia del del Mezzogiorno composta dai grossi agrari usurpatori cominciò la politica del trasformismo, imbrogliando le masse popolari, dividendole, facendole cozzare fra di loro, istituendo il partito del prete o quello del dottore, o del maestro o del farmacista, istituendo fazioni e fazioni nello stesso piccolo comune, restringendo il campo politico al municipalismo più gretto. Ed infatti la borghesia rurale anche in piccoli comuni come i nostri, dove le vecchie e nobili famiglie si cedevano il posto di Sindaco o mettevano, se invisi, uomini di loro fiducia quali prestanomi, non ammettevano alla dirigenza del municipio uomini liberi che avevano tutta la buona volontà di operare in favore del popolo. Passeranno decine di anni perché finalmente il popolo potrà scegliersi i propri amministratori.
N O T E
(1)L'Abate morì nei pressi di Pietrafitta (Pietralata) nel convento di San Martino di Canale, giusto come affermano e lo descrivono il Leonarmant e il La Fortuna. Questo convento era antichissimo, appartenente all'ordine dei Benedettini (Martire) o dei Basiliani e da esso , fra il 963 e il 985, partì Santo Ilario con 29 compagni per l'Abruzzo. Nello stesso convento morì nel 778 il Beato Ubertino di Otranto, Abate. Da queste note si desume che i paesi dei Casali sorsero durante il periodo aureo della Magna Grecia o al più tardi durante l'invasione dei Goti e ripopolati in seguito all'invasione dei Saraceni (975-985) e certamente in questo periodo ne sorsero altri essendo migliaia e migliaia i profughi di Cosenza. I Casali certamente erano evitati dalle orde Saracene per l'esperità del terreno, coperto di faggi e di querce, considerato che come raccontavano alcuni anziani la località Acquacoperta era una grande foresta di castagni e di querce ai pricipi di questo secolo.
In seguito i Casali seguirono le sorti del Centro, Cosenza prima sotto i Normanni (1043-1194), degli Svevi ( 1194-1266), e nella prima metà del secolo XIII fecero parte della Calabria Citeriore, denominazione data da Ferdinando II a quella terra che prima chiamavansi Val di Crati.
(2)Troviamo nel 1726 un Antonio Raimondo, Vescovo di Cerenzia, che dovrà essere della famiglia del nostro Alessandro.
(3)I Barrese che portano il titolo di Duchi di Castrovillari sono i discendenti del Giovanni e Maso, di origine Spagnola.
(4)Maso é fratello di Giovanni, ucciso a Cosenza e fu un capitano terribile e sanguinario. Fu colui che mise a ferro e a fuoco la città di Acri. Così descrive l'episodio Raffaele Capalbo in "Memorie storiche di Acri". Uno di questi guerrieri é Nicolò Clancioffo che difese come un romano antico la patria e morì sostenendo da martire ed eroe il più atroce dei supplizi. Fu, come narra il Pontano, segato a metà con una sega che gli ruppe il dorso e i lombi nella storica piazzetta di Padia, ( l'Acri antica fondata da una colonia di Sibariti), per ordine di Maso Barrese, duce degli Aragonesi, sanguinario ad oltranza, che fece trucidare anche le donne e i bambini che si erano rifugiati nel tempio di Santa Maria. I soldati del Barrese vi appiccarono il fuoco e le fiamme, alimentate dal vento, in poche ore lo distrussero. Ciò avvenne nel novembre del 1492.La città fu posta a sacco e a fuoco e fu distrutto il popoloso rione che era situato tra Castello e Padia.
(5)Lelio Monaco si trova nei registri parrocchiali di Macchia di Spezzano Piccolo fino alla data di morte (1723). Questo nome ricorrente che si tratta di un discendente di questa famiglia.
(6)Il D'Ippolito così continua:" Il Gervasi sostenuto da un nucleo di 1500 armati, assunse la dittatura. Intanto il Governo faceva opera di disgregazione fra i cittadini di Cosenza e quelli dei Casali. Seguirono altri movimenti rivoluzionari in diversi villaggi del cosentino e i nostri ebbero il loro torto di aiutare il Governo a reprimerli, anzi i nobili corsero in appoggio del Sovrano, guidati dal marchese di Fuscaldo.
(7) In questo periodo aumenta l'emigrazione di diverse famiglie verso San Giovanni in Fiore e si trattava sempre di persone che cercavano di sfuggire all'arresto e alla morte perché le lotte sostenute erano andate male e a San Giovanni vigeva il diritto d'asilo. Molti cognomi di questi emigrati esistono ancora a Spezzano Piccolo, come: Monaco, Barrese, Madia, Greco, Marino , Martino, Mollo, Perri e Scarcella.
(8) Il Governo dichiara chiuso il sedile della Nobiltà Cosentina. Ciò importava il divieto di ascrivere quelle famiglie della borghesia "Onorati" che ne avevano i requisiti. ( D'Ippolito )
(9) Il brigantaggio politico é spesso come un onda ritornante nella storia del Risorgimento Italiano. Si possono cercare le sue radici nella Repubblica Partenopea (1799) quando in odio al Giacobinismo d'importazione francese, figure mitiche di briganti come Fra Diavolo e Gaetano Mammone crearono intorno a loro un aurea di mitologia feroce a sostegno del trono borbonico e della santa fede.(F. Fiumara)
(10)Il Monaco Pietro, celebre capo brigante che fece molto parlare di se nella metà del secolo scorso era nato a Macchia di Spezzano Piccolo nel 18.. Veniva chiamato Brutta Cera. Operò nella zona di Acri e sull'altopiano della Sila. Scrissero di lui il Padula, il Capalbo, lo cita il Molfese che lo dice disertore dei Borboni, poi combattente ad Agrifoglio ed infine Garibaldino. Ma queste affermazioni non mi convincono perché il compaesano Giovanni Perri che ricordava il Monaco raccontava che era divenuto brigante perché doveva fare ancora 7 anni di soldato, avendo fatto i primi 7 per il figlio di un signorotto del luogo. Morì vicino Serrapedace nel dicembre 1863.
(11)Sijnardi, sanguinario e violento perì in combattimento in Sila, un bersagliere di Fumel lo infilò con la baionetta mentre era stato colpito a morte dallo stesso Sijnardi.
(12) Il Franzese morì in combattimento nelle montagne di Paola.
(13) Pietro Bianco (o Bianchi) venne talamato a Cosenza verso Panebianco.
(14) Il Pagliaro agì nella Sila Greca durante che vi operava il Monaco .Il colonnello Fumel lo fece far fuori dal suo compare Stirpone di Acri.
(15) Il Ricca operò nel Montaltese e per lungo tempo tenne a bada la polizia. Si racconta che un giorno in località "Jelandro", tra San Vincenzo la Costa e Montalto, Pietro Ricca scrisse questi versi:
" Chi a Pietro Ricca a de pigliare
gran squatra valente s'ha da truvare.
Il capo dei gendarmi la lesse e aggiunse
" Quannu u piru é maturu
cada senza u tuorcituru".
Il Ricca colpito dalla risposta si presentò alle autorità di Cosenza.
bis)- Anche i Casali ne ebbero a soffrire. Ivi i ricchi avevano fatto man bassa della povera plebe ma i popolani di quei villaggi corsero alle armi e giurarono di far vendetta delle patite offese. La comitiva di Celico, Manneto Spezzano Grande di circa 500 persone la sera del 14 agosto 1806 , comandati da Giuseppe Meranda occuparono Manneto e uccisero il galantuomo Francesco Via, bruciarono e saccheggiarono il palazzo e così fecero con i Noce, i Mauro, I Perfetti e altri ancora dei Casali vicine e della stessa Cosenza, incendiando i palazzi dei Vercillo, e dei De Roberto. Anche a Spezzano Piccolo assalirono il palazzo dei Barracco, dove questi (Alfonso Barracco) aveva insediato il suo quartier generale per combattere il brigantaggio, ordinatogli dal Manhes e che aveva dato buoni risultati con l'arresto di Nignello di Casole Bruzio (Bruno Lupinacci), la cattura di sei briganti in località fontana a Spezzano Piccolo, la cattura e l'esecuzione di Cicco Pezzi e parte della sua banda.
(16)Il Benincasa di San Giovanni in Fiore venne catturato e Manhes gli fece tagliare le mani che gli furono appiccate addosso e portato nel suo comune venne afforcato. ( Colletta ed altri). Per il Manhes venne ucciso in combattimento e il Colletta lo sapeva perché il fatto accadde nella sua Intendenza.
(17)Con questo decreto vengono istituiti i seguenti comuni (fra parentesi le frazioni) : Spezzano Grande, oggi della Sila ,Spezzano Piccolo ( Macchisi e Macchia)- Pedace (Serra e Perito), Serra poi comune autonomo col nome di Serrapedace; Verticicilli (Casole, Scalzati, Magli, Cribari, Trenta, Feruci. Oggi Verticelli é frazione di Casole Bruzio, con Scalzati, mentre Trenta é comune con Magli (che per un periodo fu anche comune), Feruci e Cribari; Celico (Manneto); Lappano(Altavilla, Corno, Zumpano (oggi comune a se), Motticella,Rovella (oggi frazione di Zumpano); Rovito ( Motta e Flavetto); S. Pietro in Guarano (San Benedetto).
(18)Nel 1799, il 9 aprile ha iniziò la battaglia per la presa di Cosenza da parte del cardinale Ruffo.
(19)Nel 1838 il Sindaco di Cosenza, Duca Sersale di Cerisano, chiede al commissario per gli affari Silani che la Sila sia dichiarata proprietà del Comune.
(20)Vedi M. Pezzi su quaderni Silani, n. 16-17.
(21)G. Valente: Costantino Jaccino
(22)G. Valente: Brutium, marzo aprile '53
(23)Dal documento consiliare del comune di Celico del 15.12.1861 dal quale si evince chiaramente come Ripoli saputo dello sbarco di Garibaldi a Reggio "riunì" ed animò una quantità di gente per recarsi ad Agrifoglio ove fu sparpagliato il campo Borbonico.
(24)Dallo stesso documento consiliare si ha che il Ripoli sedò la rivoluzione scoppiata a Castiglione promossa da Capuano e Antonio Marsico e sconfisse la banda spagnola di Boryes. ( G. Valente- Bruzium cfr. f. 11.)
Il Caracciolo dice: " Essi o parte di essi (I Casali) furono venduti nel 1596, nel 1631 e nel 1644 e per potere riscattarsi si dovettero pagare grosse somme. ( La Sila e i Casali di Cosenza)- Corriere della Calabria, 27.8.1956, n.19 ).
(25)La sola Parrocchia di Sant'Andrea di Macchia possedeva beni in Sila (Pupini-Pupinelli, Vallone Sorbo) di cui il Barracco pagò il censo fino agli anni '50 di questo secolo. E poi basta leggere il discorso del Sen. Francesco Spezzano di Acri tenuto al Senato il 20 febbraio 1952 per comprendere come queste terre Silane passarono ai baroni.
(26)Dice il Dorso:" Dovunque fu istituito il partito del medico condotto contro quello del farmacista e del segretario comunale contro quello del maestro fiduciario, una lotta di feudalismi per impadronirsi del municipio e di favorire i fedeli ed opprimere gli avversari. (La Rivoluzione Meridionale).

(27) DALL'ELENCO DEI SINDACI DI SPEZZANO PICCOLO SI PUO' CONSTATARE COME QUELLO CHE DICE IL DORSO SIA VERO:
ELENCO DEI SINDACI DAL 1809 AL 1985
Barrese Vincenzo
Inglese Saverio
Benvenuti Fortunato (2)
Gullo Francesco
Spina Vincenzo
Benvenuti Saverio (2)
Martino Luigi (1)
Scorzafave Michele (2)
La Macchia Vincenzo (1)
Tricarico Domenico (2)
Scorzafave Michele (2)
Tricarico Domenico (2)
Spina Franchino
Spina Domenico
Barrese Luigi
Foglia Michele (1)
Spina Alfonso
Scorzafave Francesco (2)
Celestino Michele (1)
Tricarico Domenico (2)
Scorzafave Francesco (2)
Gullo Alfonso
Monaco Francesco
Tricarico Alessio (2)
La Macchia Gabriele (1)
Greco Michele
Lamacchia Salvatore
Spina Giovanbattista
Greco Michele
Spina Giovanbattista
Gullo Eugenio
Barrese Tommaso
Spina Roberto
Inglese Luigi
Greco Giuseppe fu Raffaele (1)
Federico Giovanni
Greco Giuseppe fu Filippo
Dal 1926 al 1943 il ventennio fascista- diversi i Podestà
Dal 1928 al 1937 il comune fu aggregato a quello di Spezzano Grande formando il comune di Spezzano della Sila.
Petrella Domenico, commissario Governativo
Zumpano Edoardo
Catalano Luigi- Sindaco con giunta CLN.
Pantusa Franco
Cavaliere Oscar
Bonanno Antonio
Gallo Giuseppe
Calvosa Sandro- comm- Prefettizio
De Santis Antonio
Polillo Domenico
Lamacchia Bonaventura
Palumbo Luigi
Nudo Eugenio
Il Neto è il secondo fiume non soltanto della Sila ma dell'intera Calabria. E' Neaithos cantato da Teocrito e ha il significato " Nome Nuovo", fiume delle "Navi Bruciate". Si racconta che alcuni Achei di ritorno dalla guerra di Troia vagando nei pressi del delta del fiume scendessero a terra. Le donne Troiane che erano con loro quale prigioniere o meno, essendo stanche di quel navigare continuo eludendo la vicinanza degli uomini incendiarono le navi. Costretti a fermarsi e visto che gli altri Achei si fermavano in quei lidi e che la terra era molto fertile vi fondarono diverse città alle quali le donne troiane diedero i nomi e al fiume quello di Neto (Navi Bruciate). Alla foce di questo fiume sbarcarono i fratelli Bandiera, guidati da Giuseppe Meluso e che finirono tragicamente nel vallone di Rovito(1844).Il Neto nasce dalla valle dell'Inferno e ha una portata di 1/sec. 746,66 alla foce. Suoi affluenti sono: il Righio ( ruscello, rio) - 1/sec 34,67, confina tra il nostro comune e Serra Pedace; fossa del lupo 1/s. 4; Frassinetto, luogo di frassini, 1/s 3,32.

Altri corsi d'acqua prendono il nome delle località che attraversano: Spirito Santo, Macchia Sacra, ( dove si tenevano i sacrifici) ; Fallistro ( luogo oscuro, scavato interno); Macchia Fraga ( Macchia dell'alga, acquitrino, paludoso): con complessivi 1/s 106,40: Arvo, Garga per 1/s 210 e Ampollino 1/s 184,26. Altro fiume che interessa il nostro territorio è il Cardone che scorre nella terra dei cardi ( Carduni ). Il fiume Cardone è affluente del Crati il più grande fiume della Calabria che bagna Cosenza. Nasce dalla tenna ( 1743 ) - luogo esposto al sole - e dalla Serra Acerina con la sorgente Tre fontane ( 1360 ) - 1/s 13,60. Riceve la sorgente "Vivi a l'alliertu" ( beve in piedi, ma oggi non più per il rialzo della strada nazionale), con la portata di 1/s 3,25. Nei pressi di Pedace riceve il fiumarello ( O Mezzanello ) 51,59 1/s. Formato da 15 sorgenti e le cui acque sono sfruttate durante l'estate dal maggio all'ottobre dai contadini di Spezzano Piccolo per l'uso irriguo, giusto decreto di derivazione di acqua per 1/s 21 circa della metà del secolo scorso. Il Mezzanello raccoglie altre piccole sorgenti ( 1/s.26,75 ) in apitetto e 1/s 21,23 nella località Varco ( o Barco Romano, Prato Magliari, Fagheto, Torre dei Monaci. Il Cardone riceve ancora la sorgente di " Fontana di Felicia" o " Scigafrese" - straccia focacce ( 1/s 1,76). Nei pressi di Pedace le sue acque sono utilizzate per la produzione di energia elettrica. Dopo 11 Km si getta nel Crati dove scarica 7535,808 mc. ogni 24 ore. Altre sorgenti interessanti il comune di Spezzano Piccolo sono - in loco - Cinello all'inizio del paese venendo da Cosenza; Acquicella ( 1/s 1); Fontanello, nell'abitato, diviso in Fontanello I e Fontanello II ( il primo è in Via S. Santo il secondo in via S. Angelo); Piedirosso al termine del paese, perduta a causa di franamenti, Piturro , ( 1/s 8) con sorgente al di là del vallone cupo in territorio di Spezzano Sila ma della quale ne ha usufruito Spezzano Piccolo sia per irrigare i campi che per altri usi e della quale ne ha avuto sempre la spesa di manutenzione. La Fontanella di San Francesco nello stesso vallone di Piturro nella proprietà Perri, oggi coperta dall'alluvione del '71; Abate, nella proprietà Perri Andrea a Macchia, dove era la chiesa di S. Andrea vecchio, nella cava per Cosenza, oggi via G. Rossa e altre piccolissime, inferiori al litro/sec. , che le usano nei campi dove sorgono. Piturro ha anche proprietà oligo-minerali ma oggi dietro alcuni errati interventi di ristrutturazione si ha timore di perderla.
Le località silane sono diverse e quasi tutte hanno conservato il nome antico: Croce di magara, Farfari, Fallistro, Acirina, Timpone Stella, Valle dell'Inferno, Ariamacina, Zarella, Sculca, Righio, Porticelle, ecc. , ognuna delle quali ha un suo significato preciso come:
- Croce di Magara - Luogo dei sacrifici;
- Farfari - Zona fresca, nuova;
- Fallistro - luogo oscuro, scavato intorno;
- Valle dell'Inferno - luogo oscuro dirupato, scosceso;
- Ariamacina -
- Zarella - Campo irriguo, orto;
- Sculca - luogo più alto degli acquitrini;
- Righio - Ruscello, rio;
- Acirina - Pascolo puro, non infestato da erbe non paludari;
- Fiego - faggeta;
- Fossiata - Vallo, fossa;
- Gallopane - a forma di cono ;
- Lagarò - luogo sterile;
- Muccone - Fiume muffito, corroso, eroso;
- Stella - A gloria della stella;
- Montescuro - nereggiante;
- Volpintesta - cresta brulla, calva ;
- Carromagno - cresta del Manco ( oggi lo chiamano Carlomagno )
- Curcio - vetta mozzata;
- Porticelle - si facevano entrare i buoi;
- Pisciaturu - vi si fermavano i muli per i bisogni corporali;
- Varco Romano - Luogo dove erano passati i rimani per andare in Sila;
- Tenna - esposta al sole;
- Acquacoperta - dove dopo costruito l'acquedotto, dove c'è il serbatoio;
- Fago del soldato - ci fu giustiziato un soldato francese;
- Botte Donato - Vetta della grande veduta; pascolo della capra e della cerva;
Anche nel nostro comune massiccio si presenta l'analfabetismo, circa il 95% non sapeva leggere e scrivere (siamo nel periodo borbonico e le scuole erano tutte rette da ecclesiastici tanto che la pubblica istruzione dipendeva dal ministero ecclesiastico e fu in seguito che da questo ministero passò a quello dell'Interno ( legge emanata da G. Bonaparte, che obbligò l'istruzione elementare (L.15.8.806) e che dopo l'unità d'Italia (1861) l'ordinamento vigente in Piemonte venne adottato nel regno d'Italia - legge Galbio-Casati - che rimase in vigore fino al 1923 quando entrò in vigore la riforma Gentile. La Legge Casati portò sostanziali benefici all'istruzione nel Regno. In tutti i comuni istituite le prime tre classi della scuola elementare ed in seguito la quarta e la quinta classe. La legge Casati rimase come base dell'organizzazione scolastica ma diverse leggi (Credaro, Berti, Coppino) modificarono alcuni aspetti della scuola specie quella elementare. Venne affidata al controllo dei comuni che ne dovevano sostenere anche le spese, così che la scuola aveva fatto un certo funzionamento sia buono o cattivo a seconda delle finanze comunali e dell'intelligenza degli amministratori. Infatti di quei tempi troviamo comuni con 3 o 4 maestri e comuni con eguale popolazione con 1 o 2 ai quali venivano affidati 50/60 alunni di varie classi, con doppio turno e con stipendi di fame. Il nostro comune seguì la sorte degli altri della zona, istituendo le prime classi e obbligando tutti a frequentarle ma con risultati non certo positivi se è vero che l'analfabetismo continuò negli anni successivi e che nel 1946 era ancora del 22%. Prima dell'Unità d'Italia anche da noi le famiglie nobili e quelle benestanti facevano educare i figli dai preti e di monaci che erano in numero eccessivo per la nostra popolazione (circa 800 ab.) con 8 preti e i monaci del convento di via S, Angelo - siamo nella metà dell'800 - . In effetti la nostra scuola elementare cominciò a funzionare verso il 1876 /77 ed il corso completo, cioè le 5 classi nei principi del secolo. La massa, come dicevo, o rimaneva analfabeta e i pochi dopo le tre classi frequentavano a Spezzano Sila o continuavano a scuola privata e continuavano gli studi o privatamente o nelle scuole medie di Cosenza. Con l'inizio del 900 troviamo tre maestri (Francesco Greco, Zaira Cosentino "Donna Zaira", e la Signora Celestino e qualche giovane maestra che dirigeva dei corsi di scuola festiva) ma ciò succedeva maggiormente dopo la prima guerra mondiale. A secondo della solerzie del sindaco venivano aperte delle scuole anche nelle campagne e dei corsi in montagna (ne troviamo uno a Vutturino dove fece scuola il maestro Giuseppe Carelli, sposato a Macchia) ma poi emigrato in USA e morto al suo ritorno a Spezzano Piccolo il .......... / quindi verso il 1924/25 venne aperta la scuola di Macchia, con 26 alunni di tutte le classi, che venne soppressa dopo la seconda guerra mondiale e quindi riaperta negli anni '50, ed oggi in via di soppressione per mancanza di alunni. Guardando bene la situazione nel nostro comune negli anni a cavallo dell' 800 e 900 fino alla caduta del fascismo non si ebbe nessun sviluppo ciò lo possiamo dedurre dal fatto che fino al 1944 le scuole erano ubicate in stanze prese in fitto da privati nelle parti più disparate del paese e molte volte in scantinati o peggio ( sul corso Roma, su via S. Angelo in via Annunciata, a Petroncello e a Macchia dove passava dalla casa Tricarico a quella di Monaco e quella di Benvenuto, alla Turco a quella di Inglese e solo nel 1949 / 50 venne costruito l'edificio scolastico con annesso alloggio per l'insegnante. E a Spezzano Piccolo nel 944/45 il comune acquistò il vecchio palazzo Cinnante in via Greci ( che il fascismo aveva chiamata via Tito Minniti e che poi l'amministrazione democratica del '46 dopo le prime elezioni amministrative, ribattezzò via dei Greci dove trovarono asilo le 5 classi esistenti al tempo ma divenne insufficiente per l'incremento delle classi stesse che negli anni 50/60 raggiunsero il numero di 14 e di nuovo si passò ai locali di fortuna ma con locali più idonei ed intanto si prendevano le pratiche per ottenere la costruzione di un nuovo edificio. Si ottennero due finanziamenti per 110 milioni nel 1969, ma per diverse situazioni (terreni, crisi amministrative ecc.) ancora non è stato consegnato alle scuole; è stato soltanto intitolato all'On. Fausto Gullo ed è venuto a costare I miliardo di lire. Questo edificio risolverebbe la capienza per svolgere le attività richieste dai nuovi programmi delle scuole elementari. In questi anni oltre a quest'opera incompiuta è stato costruito un edificio per la scuola materna di tre sezioni in via Gramsci, che viene frequentato da oltre 50 bambini, un asilo nido dove è stata allocata la scuola media. Sono stati rinnovati in questi anni per ben due volte il materiale didattico (banchi, cattedra ecc.) e le scuole sono fornite da diversi sussidi che vengono acquistati dalla Direzione didattica. Le nostre scuole con l'istituzione della Direzione didattica (legge 27-4-19 n. 77) fece parte di quella di Spezzano della Sila che comprendeva tutta la fascia da Zumpano ad Aprigliano. In seguito al decentramento degli anni 60/70 vennero costituite le direzioni di Trenta, Aprigliano e le nostre scuole passarono sotto la giurisdizione di Trenta (1964), ma con l'istituzione della direzione di Celico passarono di nuovo con Spezzano Sila (1976). Negli anni 60 venne istituita la scuola materna statale e quindi la scuola media unificata e tutti e due funzionarono in locali di fortuna ma fornite di attrezzature che ancora sono efficienti ( case Bonanno Giovanni, Monaco (a Cinello) e quindi all'Asilo nido dove ancora oggi per la scuola media; per la materna in via Stazione oggi P. Togliatti - casa Perri, poi casa Bonanno Carmine, a Macchia nell'edificio scolastico elementare e quindi nell'edificio di via Gramsci dove è tuttora.
Il costume femminile era uguale sia a Spezzano Piccolo che a Grande: una scrima; fazzoletto ad un nodo; un bottone dietro al corpetto per attaccarvi la gonna. La maritata portava l'oro e il corpetto rosso e la gonna corredata rossa. (Padula)
PANE- Il pane si fabbricava in casa. In tutti i Casali i cui abitanti emigravano per lavoro (radica, concio, ulive ecc. ) si affittavano i forni a ottobre e si faceva il pane per sei mesi dell'anno. Quelli che rimanevano si facevano il pane in casa una volta al mese o anche di più.
PIAZZA- Nei casali veramente non vi sono nemmeno oggi grandi piazze perché si usava il vicinato (vicinanzu ), piccoli spazi fra le case vicine dove confabulavano le comari. La piazza ha pochi uomini perché lontani per lavoro e le donne vi andavano a filare, cosa che facevano anche nel vicinato.
La festa principale è quella dell'Assunta, patrona del comune - 15 agosto con la processione come oggi - e una sola variante quella che per portare la statua e l'immagine del bambinello si doveva pagare - La statua è molto pesante e la tradizione dice, che venne portata da un carro di buoi che non volle andare più avanti quando raggiunse Spezzano Piccolo - 1500 - e qui le venne costruita la chiesa attuale a lei dedicata. I giochi che si facevano e rimasero in vigore fino a pochissimi anni fa erano : l'albero della cuccagna ( una trave alta dagli otto a dodici metri molto liscia e spalmata di sego. Chi raggiungeva per primo la punta vinceva il premio ( prosciutti, latticini, vino ecc. ); altro gioco la corsa dei sacchi ( si correva con i piedi chiusi e legati in un sacco; le pignatte che venivano rotte avendo gli occhi bendati e dentro c'erano dei premi ma anche cenere e altro...
LA CUCCIA - ( grano e cotiche di maiale cotte al forno ) sono di tempo antichissimo e ancora oggi viene cucinata.
RELIGIONE -Tutti i preti vivevano di decime tanto che nel 1593 fu sottoscritto un accordo che stabiliva quanto si doveva pagare. Es. chi aveva due buoi doveva pagare un tomolo e mezzo di grano; 2 tomoli chi ne aveva più di due e così chi seminava il grano o altro.(Padula ) è anche vecchia l'usanza di portare all'altare il giovedì santo il grano germogliato ( è un uso pagano " I giardini di Adone" - come si mettevano le pigne sull'altare durante la settimana santa ( festa di Cibele e Bacco ).
Altri divertimenti erano:
CAVALLO - era formato da uno scheletro a forma di testa di cavallo, dove dentro entrava un uomo. Era ricoperto di carta variopinta e conteneva dei piccoli petardi e stelle filanti colorate. Veniva girato per le vie del paese seguito dai tamburi e dalla popolazione. Giunti nella piazza principale dopo un lungo ballo al suono dei tamburi ( il trio era formato da una cassa e due tamburelli) e seguito dal cavallo con tutti i giovani che volevano partecipare partivano i primi colpi e si accedevano le stelle filanti e tutto aveva termine con l'incendio del cavallo e la consumazione dello scheletro. L'ultima volta che venne festeggiato fu nei primi anni del '50 ad un festival dell'Unità. Il cavallo venne costruito e portato da Giovanni Sapia, morto in Aosta dove si era stabilito con la famiglia per lavoro.
FARSA DI CARNEVALE - Nella prima metà di questo secolo alle farse partecipavano quasi tutti giovani - solo maschi - che si vestivano in maschera rappresentando diversi personaggi e per tutti e tre i giorni del carnevale. il martedì si bruciava un Pagliaccio ( canelevaru ) fra vino e salsicce e tanta baldoria. Celebre per diversi anni la farsa di Pietru Cappiellu, un misto di brigante e galantuomo. Tra una guerra e l'altra si festeggiava il carnevale con l'uomo sporco - anche oggi si fa - . Un giovane si imbratta il viso con fuliggine, si vestiva tutto cencioso, si metteva su un asino ( oggi non si trova l'asino ) e con uno spiedo in mano raccoglieva salsicce pane e alla sera in cantina con i compagni mangiavano tutto .
Nei primi anni del secolo l'uomo sporco sarebbe stato colui che veniva trovato lavorando nei giorni di carnevale, per punizione di non avere ottemperato a quanto diceva la canzone:
" Duminica, luni e marti - nun si pensa a nulla arti - caa si pensa a mangiari - pecchì su li tri juorni e carnelevaru".
PECE - I peciari sono casalesi - dice Padula - . Lavoravano da maggio a ottobre. Facevano pece greca, navale, olio di fumo, olio di pino. Questi prodotti sono estratti dalla trementina che è bianca e viscosa e scola dai pini incisi e si raccoglie nella fonte fatta nello stesso albero. Questa industria era già nota ai tempi di Federico II e continuò specie nel '600 '700 e anche nell'800. Nel nostro paese tanti vi lavorarono tanto che assunsero il soprannome di " 'U Piciaru". (vedere Padula: Calabria prima e dopo l'unità Vol. I ). Oggi è scomparsa questa attività che aveva cercato di riprendere dopo la seconda guerra.
SETA - Nel 1700 e nel 1800 fonte di lavoro era l'allevamento del baco da seta. Quasi ogni famiglia in casa allevava ma i gelseti erano dei proprietari del tempo ( Spina e Barrese ) e infatti tutte le loro proprietà intorno al paese erano state coperte a gelso. A loro si dovevano dare fino a due terzi della produzione. I bozzoli si vendevano al mercato di Cosenza. (vedere Padula, idem )
LINO - Il lino veniva coltivato in Sila e veniva chiamato lino marzuolo (che si seminava in marzo). molti lavoravano in questa produzione tanto che ancora vi sono famiglie col soprannome "u linaru". Vi erano diverse filande di seta poi trasformate in lino e quindi in lana. Quella di Cinnante al Casale, rimase aperta fino a tutti gli anni '50 di questo secolo. Le donne lavoravano al telaio e facevano stoffe di canapa, lino e lana. Questo lavoro durò fino alla prima guerra mondiale, poi dopo qualche anziana lo continuò; oggi non vi sono nemmeno i telai.
Ma la gran massa di lavoratori veniva assorbita fuori per lavori nei conci e per l'estrazione della radica di liquirizia, per la mietitura, la raccolta delle ulive e delle castagne. Pochi erano i pastori nel nostro paese e i boscaioli.
I mestieri più seguiti erano quelli della lavorazione del ferro, del legno, pochi sarti e calzolai. In questo secolo si ebbero tentativi di nascita di piccole industrie, quale quella dei mattoni (Greco) di fronte al cimitero; concia di pellami (Polillo) a Piedirosso; acque gassate (Grande); calce (Zumpano e soci); pietrame (Falcone), ma non riuscirono ad affermarsi.
Dopo la metà del '900 la raccolta e l'essiccazione dei funghi (Rota-Grandinetti) poi abbandonata; salumificio (Rota); albergo (Rota); mobili con gli opifici di Federico Giuseppe e fratelli Federico, poi chiusi e oggi rimangono i falegnami Paolo Perri, Iaconetti-Polillo, Greco, Fuscaldo-Fuscaldo. Per la lavorazione del ferro i fratelli Scarcella ,oggi con fabbrica a Piano Lago, il Cocciolo che aveva anche lavoranti. Ma diverse botteghe artigiane del ferro sono state modificate con il lavoro dell'alluminio (Fratelli Avallone, Rota, e gli stessi fratelli Scarcella).
Sono aumentati dopo la prima e la seconda guerra mondiale i lavoratori dell'edilizia per il forte incremento delle opere pubbliche e private e sono aumentati i muratori, carpentieri e ferraioli.
Dopo gli anni '60 sono incrementati i professionisti (diplomati e laureati) e si è creato il problema della disoccupazione intellettuale che si aggiunge a quella manovale ( vedere dati collocamento ).

Il centro storico del nostro paese si potrebbe dividere in due o tre parti : Spezzano Piccolo, Macchisi e Macchia. Il centro vero e proprio è quello di Spezzano Piccolo con il duomo dedicato alla Madonna Assunta, il Municipio, il palazzo Spina, il Convento, poi soppresso e il rione Petroncello; nella zona Macchisi: il palazzo Barrese con la chiesa dello Spirito Santo e il Casale e infine Macchia con i palazzi Tricarico, Benvenuto e Gullo.
In questi palazzi certamente esistevano delle pitture, dei quadri e delle suppellettili antiche ma oggi non esiste più niente perché gli immobili vennero venduti a diverse famiglie che per modificare gli ambienti distrussero ogni cosa.
Nelle chiese esistono diverse opere di pregevole fattura.
La chiesa dell'Assunta è del '400, continuamente ritoccata nell'arco dei secoli e specialmente nel '700 quando tutto l'esterno è stato praticamente rifatto in stile barocco, presenti bifore rinascimentali.
L'interno è ricco di presenze barocche che risalgono ai primi decenni del '700. Soffitto affrescato da Cristoforo Santanna. Una splendida tela della vergine è sull'altare maggiore e altro dipinto è vicino al battistero.
Vari dipinti su tavola mostrano i segni evidenti dei seguaci del grande Pietro Negroni. Opere di artigianato meridionale sono il pergamo, e l'organo ormai fuori uso da moltissimi anni.
Nella chiesetta del convento sono da notare il soffitto del coro.
A Macchia, durante l'avvento dei frati cappuccini (1960) vennero eseguiti dei lavori che distrussero il soffitto in legno, la tela della Madonna sull'altare maggiore. Esiste un organo rudimentale di stile artigianale molto antico con soffietto a mano. La chiesa venne pitturata dal maestro Tancredi di Pietrafitta che produsse anche il monumento ai caduti di tutte le guerre ( ).
Nella Cona - piccola icona a Macchia- vi si trova un dipinto della madonna delle Grazie e la statua votiva, che viene venerata e festeggiata in settembre. In questa località si riunivano i briganti e vi trovò asilo il brigante Renda. (vedere Padula)
Nel 1427 fu aperto il convento di S. Francesco che poi prese il nome dell'immacolata. Era una piccola cappella dedicata a S. Caterina offerta a conventuali dal sac. Giovanni Spina. Il Papa ne diede il permesso con bolla diretta all'Arcivescovo di Cosenza ( Bull. Franc. VII, n. 1770). Nel 1200 il nostro comune ospitava un comunità ebraica che pagava la colletta alla Corte. ( Cedula subventionis Valla Cratae et terre Jordanee)-
Una casa venne aperta dalla suore Minime della Passione di Suor Elena Aiello di Montalto (a Monaca Santa) che rimase aperta dagli anni '50 ai principi del '70.
Inizia nella seconda metà degli anni '60 l'abbellimento del paese con il rifacimento di parte dei marciapiedi e di alcuni larghi, sistemazione di strade ( il corso Roma era stato il primo tratto di strada che era stato bitumato fin dal 1948 ed era stato il primo tratto di strada della Valle cupo ad essere depolverizzato.), alla erezione di colonnine al posto di muri a faccia vista, che sono state soppiantate con balaustre in ferro pochi anni fa, con la sistemazione della torre campanaria con l'installazione di un orologio nuovo ( che è stato rimodernato con altro due anni fa), con la sistemazione di alcuni vicoli interni e altre opere di decoro immediatamente dopo la guerra si era pensato alle opere di igiene pubblica che mancavano in diversi rioni ( acque, fogne ecc. ) e la stessa rete elettrica pubblica che consisteva in poche lampade da 25 e 40 Watt, e queste opere di primaria importanza con gravissime difficoltà finanziarie di quei tempi venivano affrontate man mano e portate avanti nel migliore dei modi, dando al paese un altro aspetto più civile e più igienico. Col passare degli anni venne affrontato il problema del turismo in loco appoggiando le iniziative della Comunità Montana Silana, sorta negli anni '60 quando ancora non esisteva la legge sulle Comunità Montane e che venne legalizzata dopo anni di lotta con gli stessi Prefetti che cercavano di sabotarne l'istituzione. Facevano parte oltre ai comuni di oggi anche quelli di Parenti, Longobucco e Bocchigliero e i lavoro svolto dagli amministratori del nostro comune per la formazione di detto ente fece in modo che il nostro venne scelto quale comune sede della Comunità Montana. Per incrementare il turismo, nel quale vide sempre una fonte di lavoro per la popolazione silana il nostro comune propugnava iniziative per attrarre le popolazioni vicine e quelle provinciali. Ed oltre alla lottizzazione del terreno di Fago del Soldato ( Ischito) per far sorgere un villaggio turistico, dove sono sorte il villaggio dell'ENEL, la casa Arnieri, poi venne fatto cadere nel oblio e certamente fu un danno per l'economia del nostro comune che ha perduto diversi posti di lavoro stabili. Si è del parere che detta iniziativa deve essere ripresa. Ma l'iniziativa principe fu quello dell'istituzione dei premi Ferragosto di pittura e poesia ( poi letterario) che tanto eco ebbe in tutta Italia e che venne visitato e fecero parte della giuria artisti, maestri e critici d'arte come Levi, Omiccioli , De Grada e Portone....... e il patrocinio insieme ai comuni di Pedace San Giovanni in Fiore per gli incontri silani e svolgendo una continua pressione propagandistica nei convegni di Lorica, Camigliatello, Spezzano Sila, S. Giovanni in Fiore, Pedace, che portarono il risveglio in tutta la zona questo importante problema è costrinsero la stessa OVS ad agire nel settore del turismo onde il piano imposto sugli sport invernali con la costruzione degli impianti di risalita di Monte Curcio, il Cavaliere che aprirono lo sviluppo turistico invernale e al quale seguirono disposizioni per la concessione di contributi da parte del..........................

Spezzano Piccolo è un caratteristico paesino della presila cosentina, situato a 743 metri di altitudine sul livello del mare tra le valli dei torrenti Caricchio e Cardone. Per quanto riguarda la sua fondazione si fanno due ipotesi: alcuni studiosi ritengono che il piccolo borgo risalga ai tempi dei Romani mentre altri lo attribuiscono al periodo delle invasioni saracene. Secondo quest'ultima ipotesi il paese sarebbe stato fondato da un gruppo di sopravvissuti all'eccidio dei saraceni avvenuto a Cosenza nel 986. Sull'origine del nome si sa poco. Secondo il Padula, un poeta di Acri, il nome deriverebbe da due vocaboli ebraici: beth e tzan che significano casa forte. Secondo Rohlfs, studioso tedesco, deriverebbe invece da Spetius, che è un nome di persona, forse di uno dei fondatori del paese. C'è poi un'altra ipotesi secondo la quale il nome deriverebbe da Spatianum Parvum, cioè piccolo spazio, per indicare lo spazio piccolo che si estendeva ai piedi del centro abitato. I pedacesi sono sempre stati impegnati in prima fila nelle lotte contro le varie dominazioni. Combatterono contro i Barbari, contrastarono gli Spagnoli che volevano vendere il territorio ai feudatari, parteciparono al sacco di Pedace e di S. Giovanni in Fiore, combatterono contro i Francesi ed infine molti di loro affiancarono Garibaldi nella lotta contro i Borboni. Dopo l'unità d'Italia iniziarono a farsi strada dapprima le idee socialiste ed in seguito quelle comuniste, con figure di spicco come Antonio Gullo prima e poi con Fausto Gullo ed Edoardo Zumpano. Furono tutti condannati al confino politico dal regime fascista. Nel dopoguerra lottarono per la terra ed il lavoro occupando le terre incolte ed aprendo così la via alla Riforma Agraria. Famiglia di spicco in questo periodo furono i Gullo e soprattutto Fausto Gullo, avvocato e uomo politico di fama nazionale, artefice della riforma agraria che in Sila rivoluzionò il latifondo con l'assegnazione delle terre ai contadini. Della storia più recente fa parte l'istituzione dell'Hospedale. Con il termine Hospedale veniva un tempo indicata la struttura destinata ad accogliere le persone povere ed i pellegrini di passaggio, nulla a che fare quindi con la funzione degli odierni ospedali. L'Hospedale inoltre dava aiuti in denaro a tutti coloro che ne avevano bisogno poiché disponeva di rendite che gli derivavano dall'affitto di case, di terreni e dalla vendita di foglie di gelso per l'allevamento del baco da seta.

LUOGHI

Interessante da visitare la Chiesa dell'Assunta che risale al XIV secolo e presenta un campanile isolato. Negli anni ha subito numerosi rifacimenti e l'interno si presenta in stile barocco con tracce dello stile romanico nell'altare, negli archi ed esternamente nel portale. Tra le opere d'arte sono da evidenziare: il soffitto ligneo, decorato da Cristoforo Santanna nel 1779; La Cena, dipinto ad olio su tela del 1500, opera di artista meridionale allievo di Pietro Negroni; una porta dipinta dal Granata nel 1809 con le figure degli evangelisti; un battistero in pietra.


All'interno del centro storico è possibile ammirare il Palazzo Cinnante, un importante edificio del 1800 appartenuto ad una celebre famiglia di proprietari terrieri. La struttura presenta esternamente fregi e stucchi ed un caratteristico atrio delimitato da colonne bianche a base quadrata. La Torre Campanaria, un edificio di quattro piani a base quadrata, accoglie un orologio di forma circolare su ogni lato ed è composta da un tronco di piramide e da tre cubi sovrapposti sicuramente in epoca diversa.


Una visita merita la località Macchia, piccola frazione di Spezzano Piccolo, con le sue caratteristiche viuzze che rievocano atmosfere medievali. Qui è possibile ammirare il Palazzo Barrese-Tricarico, un imponente edificio perfettamente integrato nello spazio circostante. Il palazzo presenta un ingresso particolare; il portone si trova incastrato in una piccola struttura rettangolare leggermente avanzata rispetto al resto della facciata. Interessante il portale in pietra lavorata al di sopra del quale si trova un balconcino con una bella ringhiera in ferro battuto.

CURIOSITÀ

La gente del luogo racconta che un giorno in paese arrivò un carro trainato da buoi sul quale c'era la statua della Madonna Assunta. Questo perché l'autore dell'opera aveva deciso che avrebbe donato la statua della Madonna al paese dove i buoi si sarebbero fermati definitivamente. Una volta arrivati in paese i buoi si fermarono e non vollero più andare avanti, anzi si dice che dopo poco tempo morirono. I fedeli presero la statua e la portarono in Chiesa e da quel giorno la Madonna dell'Assunta diventò la patrona di Spezzano Piccolo

GENNAIO. A Gennaio, l'usanza tipica di questo paese fa sì che sì che si producano gli ottimi derivati del rito della maialatura: salsicce, capicolli, soppressate, prosciutti e poi ancora scarafuogli (ciccioli), sanguinaccio , gelatina e frittule. Tutte queste cose, una volta conservate, ne permettevano e permettono l'utilizzo in diversi periodi dell'anno: così, per esempio, le frittule accompagnano da sempre la verdura di stagione come cavoli neri, sponze (broccoli)…


FEBBRAIO. Grande festa è da sempre il Carnevale spezzanese: ritroviamo, nel giorno del martedì grasso, la tipica processione al Re Carnevale, fantoccio di paglia morto per il troppo cibo mangiato. Dolci tipici sono le chiacchere, chiamate crustuli perché lavorate con la rotella; come abitudini alimentari troviamo: per la Domenica di Carnevale la pasta asciutta e la frittula di salsiccia; per il Lunedì di Carnevale le polpette di patate o di riso, o di ricotta; infine, per il Martedì Grasso, la pasta cotta al forno con le polpette di carne, o la "pasta e zita" (pasta della sposa), sempre condita con le polpettine.
APRILE. Per la Pasqua le donne spezzanesi da sempre preparano i cuculi, ciambelle all'origine non molto dolci, ciò in quanto in tempi antichi la miseria dilagante faceva scarseggiare lo zucchero; oggi i cuculi hanno, invece, una pasta molto più dolce.

AGOSTO. Il 15 agosto, giorno di Ferragosto, gli spezzanesi celebrano la Madonna dell'Assunta; per questa festività si prepara la cuccìa insieme alla carne con patate al forno. La carusa, ossia il grano della cuccìa, un tempo veniva scambiata fra parenti nei cosiddetti tinielli, dei recipienti detti anche pignatelle. La carusa, prima di essere preparata, veniva pulita - e questa operazione richiedeva un giorno intero- poi messa a bagno per i tre giorni ed, infine, cotta.

DICEMBRE. Natale, è un giorno di grande ritualità per i paesi della Presila. E' quel giorno in cui l'alimentazione non ha solo una funzione alimentare, ma assume anche una funzione simbolica . L'usanza di Spezzano prevede la preparazione delle fritture: i cullurielli, i turdilli , le scalille, e le pitte mpigliate fatte con noci, uva passa o mostarda.




Trenta uomini di Spezzano Piccolo, nel 1452, denunziano l'immoralità degli esattori del viceré Francesco Siscar.
La pressante dominazione aragonese che dovettero subire nell'arco di oltre mezzo secolo le famiglie ("fuochi") dell'Università dei casali cosentini, venne esercitata con particolare acume e controllo dal valenziano Francesco Siscar. Questi, sin dal 1444, dopo la defezione del Centelles, venne nominato da Alfonso I di Aragona viceré delle Calabrie (Citra et Ultra) con sede in «Castro Cusentie», assumendo la suprema carica della magistratura amministrativa, giudiziaria, militare della regione.
Riforma giurisdizionale attuata dall'aragonese con la rimozione dei giustiziariati del periodo normanno-svevo-angioino con la mansione più ampia del viceré-duca. Carica che mantenne il Siscar, anche, dopo la morte di Alfonso d'Aragona (27 giugno 1458). Il figlio Ferrante I, riconoscente per la devozione e i servizi resi dopo la sollevazione dei baroni, gli aveva concesso il feudo ed il titolo di Conte di Aiello con i casali viciniori di Cleto, Lago, Serre, Motta, Savutello, Pietramala (27 aprile 1463).
Il ceppo dei Siscar venne esteso sul ducato di Calabria, anche, dopo la morte di Francesco che lo colse ottuagenario l'ottobre 1480, con il figlio primogenito Paolo: conferma che risulta dalla lettera inviatagli da Ferrante l'otto novembre dello stesso anno. Quando, per virtù militari riportate, nel 1490, riceveva in dono l'importante feudo di Montalto.
Significativo rimane l'ulteriore esame di questo lungo periodo per constatare il numeroso nucleo di famiglie spagnole che si istallarono sui casali cosentini: lungimirante politica di Alfonso I nello stabilire un legame duraturo, notoriamente, in quelle zone calde, dove avevano origine e persistevano i maggiori sommovimenti di parte angioina. Si può stabilire, in un arco più vasto, uno dei primi contingenti di famiglie che risulta «Del establicimento des varias familias ilustres de Catalunya en las islas y regnos de Aragona» del Campany.
Particolare rinomanza assume, per un lungo arco di tempo, la famiglia dei de Cardona nelle Calabrie. La nomina di Gabriele de Cardona quale regio «Thesaurarius in ducatu Calabrie» risulta nelle cedole aragonesi sin dal 1446. Si evidenzia la casata di quelle famiglie che parteggiarono per gli aragonesi riconfermandone i privilegi: «Renovat nob. Philippo Jacobo de Casulis (de Cusentia) primitivas concessiones et donationes balulationum Scillyani, Mocte S. Lucie, Grimaldi, Altilie, Maleti, Crepissiti et Dipinyani pert. Cusentie».
Fra coloro che hanno avuto una diretta correlazione sui problemi dell'assetto finanziario notiamo il commissario regio Johanne Serra, nel 1453, con Alfonso d'Aragona e con una mansione specifica, nel marzo 1487, con Ferrante I, nel rilievo dei numerosi feudi nella Calabria Citra appartenenti a Guglielmo Sanseverino, principe di Bisignano, colui che in primo piano partecipò alla congiura dei baroni. Nel casale di Celico, in via Gelseto, i Serra possedevano il loro palazzotto notabile per le sue strutture originarie quattrocentesche. In seguito avranno in concessione la bagliva della Sila cosentina.
Prenderanno dimora sui casali cosentini la famiglia dei Barresi, i fratelli Francesco, Enrico, Giovanni e Maso; quel ceppo che estese i suoi rami a Spezzano Piccolo e Grande e nei possedimenti di terre silane, nella zona di Rijo. Fedelissimi i Barresi a Ferrante d'Aragona, come si nota dalla numerosa corrispondenza epistolare, costituirono il braccio destro di Francesco Siscar nelle operazioni sui casali, nella città e principalmente con Maso che realizzò la riconquista dell'intera Calabria agli aragonesi.
Il 13 maggio 1459, infatti, il Re scriveva a Giovanni: «volemo omnio et ve commandamo che quilli homini de li casali de Cosenza, che alienandose de nostra fidelità, se erano accostati a don Antoni (Centelles) et su stati presi, et quilli che fecero la resistenzia et insulto a lo locotenente nde sia facta aspra giustitia, et de quilli caporali chi foru principali ad commovere altri...».
Giovanni Barrese, consigliere e luogotenente del Re, è quello che insieme al viceré Francesco Siscar, profittando dall'assenza degli uomini d'arme della fazione angioina, scesero dal colle di Pancrazio, dove è ubicato il castello di Cosenza, nella sottostante città con lo scopo di compiere dei colpi di mano sulle note famiglie avverse. La reazione inaspettata di Luigi Caselli, Roberto Preti ed il capitano Ruggiero Origlia di Napoli, evidentemente in attesa, li dispersero catturando il Barrese; questi venne allora orribilmente ucciso sulla piazza della cattedrale.
La corrispondenza intercorsa con Ferrante d'Aragona, non solo riguardo al «segreto» informativo ma nello stabilire quei rapporti diplomatici, di rappacificazione col grande ribelle il marchese Antonio Centelles, danno rilevanza che Giovanni Barrese non fosse uomo da poco, così "Rex etc. Magnifico et dilecto consiliario nostro Johanni Barrese, militi, gratiam et bona voluntatem..." (Vll oct. Vlll indictionis M°CCC.C°L VlIII° - 1459).
Conseguì maggior riconoscimento dall'aragonese il fratello Maso, quando trasferito dal presidio di Venosa a Cosenza rapidamente libera Bisignano e da lì sferrando un durissimo attacco d'assedio conquista Acri, costringendo il capitano Battista Grimaldi a rifugiarsi a Longobucco. Catturato Nicolao Clancioffo, sindaco d'Acri, ne ordinò l'esecuzione «ferra per dorsum lumbosque adacta, medius secatur». Si qualificò per i suoi metodi di estremo rigore l'uomo più duro del secolo.
Oltrepassando la Sila Piccola per la zona di Simeri, aggirò Catanzaro, sconfiggendo i capitani posti alla difesa catturando Alfonso Centelles, fratello d'Antonio.
Maso Barrese conosceva perfettamente tutti i luoghi della Calabria, sin dal 1453 al servizio di Alfonso era stato governatore de Le Castella e capitano e castellano della baronia di Barbaro, Cropani e Zagarise in seguito ai feudi alienati al Centelles. Infine, egli concluse nella Calabria Ultra le operazioni contro i baroni ribelli al d'Aragona con la conquista di San Giorgio, dove si erano rifugiati e ricorsi alla difesa Ruggiero Origlia, Roberto Preti e Luigi Caselli. Catturati, furono fatti precipitare dai merli: in tale modo il Maso portò a compimento la vendetta per il fratello trucidato sulla piazza grande della città di Cosenza.
Ferrante, riconoscente per la rapidità in cui aveva domato i sommovimenti di Calabria, lo aveva nominato Governatore Generale e «Capitano della Gente d'Arme di detta provincia», (come risulta dai decreti firmati per l'Università dei casali dell'11 ottobre 1461), per di più duca di Castrovillari, con i feudi di Martirano e la castellania di Amantea.
Inoltre, il Re Ferrante aveva mantenuto uno stretto contatto epistolare, oltre che con il fratello Giovanni, direttamente con il Maso nel suo viaggio itinerante e bellicoso per le Calabrie, anche se le conseguenze disastrose della ferrea condotta repressiva avevano lasciato un profondo solco nelle popolazioni, reso successivamente più virulento dal Barrese.
Quando il Duca di Castrovillari, richiamato a Napoli dal Re, nella reggia di Castel Nuovo, nel passare il ponte levatoio si incontrò con Giovanni Spadafora, suo nemico, non trattenendo l'odio che sentiva contro questi, trasse la spada e lo uccise. Ferrante si dolse dell'arroganza del Maso, gli tolse ogni titolo e feudo col chiuderlo nelle tetre prigioni del Maschio (1464), dove vi mori senza più poterne uscire.
Alfine, il Re aveva compreso di attuare una politica riconciliatrice verso la Calabria trasferendo il figlio Alfonso, ancora giovanissimo, nel castello di Cosenza col titolo di Duca della Calabria, anche per correggere quella politica fiscale vessatoria operata dal Siscar e dai De Cardona.
Il casale di Spezzano Piccolo, sia durante la dominazione angioina che in quella successiva aragonese, fu al centro di aspre lotte e forti pressioni fiscali e morali.
Il capitano d'Armi della Regina Giovanna, Alessandro Raimundo, durante la feroce lotta tra le fazioni politiche che in modo esecrando culminarono con la peste del 1422, venne defenestrato dalla sommossa del 15 maggio capitanata da Arturo Mazza e Girolamo Quattromani. Con Alfonso I d'Aragona, fra le concessioni (1456-1457) notiamo ancora un Raimundo Filippo Jacopo Antonio ed il notaio Rogerio di Rovito con la «ballya de la Sila di Cosenza».
La famiglia degli Spina contemporaneamente ai due periodi di dominazione assume un notevole ruolo politico e finanziario: partigiani dapprima della Regina Giovanna I Durazzo (1371-1431) con Tommaso Camerario della medesima regina.
La fondazione del vicino convento dei Padri Conventuali, presso la casa dei Barracco, fu ottenuta con la bolla di papa Martino V (Oddone Colonna di Genazzano 1368-1431) da Giovanni Spina: lo scopo di pentimento fu quello di riparare alle efferatezze e agli abusi del fratello Santi Spina, precorrendo l'«lnnominato» dei Promessi Sposi!
La prassi seguita dal viceré Francisco Siscar, attenta e rigorosa nella riscossione dei tributi, invece nel riscontro delle famiglie amiche dell'aragonese nei casali, come gli Spina, Barresi, Serra, Arnedos, Catalani, Gonzales, ecc., era per il tacito diritto di casta tollerante. L'opposizione mossa dalle genti di Spezzano Piccolo nell'accusare: «quod potentes exonerant et impotentes agravant» è rilevante per la forza che esprime. Una testimonianza eloquente, in precedenza ci viene, nel 1447, da Francesco di Paola, ancora di spirito giovane, la cui mitezza d'animo cedeva il posto al coraggio nel denunciare al barone Simone Alimena un dispotico, imbroglione contatore di «fuochi», giunto a Paola. Scorreva nel santo uomo il sangue della madre, Vienna di Fuscaldo, originaria dai poveri di Lione!
Le Calabrie nel periodo aragonese furono particolarmente al centro di continue lotte e sommovimenti da distinguersi per il loro contenuto sociale nella difesa dei diritti demaniali e burgensatici, contro la esosa fiscalizzazione che si ritorceva sulle classi e i ceti meno abbienti.
Spesso, e facilmente, da molti storici i sommovimenti popolari vengono o sottovalutati o confusi nella lotta delle fazioni politiche coinvolte negli interessi baronali. La guerriglia antiaragonese nelle Calabrie in favore del Re angioino Giovanni veniva diretta successivamente dal capitano genovese Giovan Battista Grimaldo, a cui si era alleato Antonio Centelles, ex viceré delle Calabrie, per defezione contro Re Alfonso I ed il suo protetto Inigo D'Avalos. Prendendo in sposa la figlia di Niccolò Ruffo, egli ne aveva ereditato il marchesato di Crotone e tutte le terre baronali dei Ruffo nella Calabria Ultra. Affiancavano la lotta antiaragonese il Capitano Lombardo Giovanni della Noce, anche questi per defezione, (infatti dal Re aveva ottenuto all'inizio il feudo di Rende e quattro castella), 'Cola Antonio de Caroleis, 'Cola Tosti, Giacobbe Ouattromani, Arturo ed Alfonzo Mazza di Taverna, Niccolò Clancioffo, Ruggiero Origlia, Roberto Preti, Luigi Caselli, Bartolo Sersali per defezione (di origine sorrentina) con lo stesso Sansonetto (allora conte di Aiello), Firrao, Cicala, ecc.. Antonio de Caroleis «de civitate nostra Consentiae» era stato sindaco della città e dei casali cosentini nel 1422, quando Francesco Sforza avendo preso in sposa Polissena figlia di Carlo Ruffo, conte di Montalto, gestiva dal castello di Cosenza il Ducato di «Val di Crati e Terra Giordana». Il Caroleis, è quello che con oltre settemila casalini per oltre sette lunghi mesi aveva posto in stato di assedio il castello di Cosenza, difeso da Francesco Siscar: «Arce Consentina obsidionem durissimam usque ad sericum escas septimo mense tolleravit». E solo dopo l'intervento di Luca Sanseverino di Bisignano con settecento cavalieri, affiancato dai «due Roberti», l'Orsini ed il Sanseverino che riuscì a toglierne l'assedio (8 febbraio 1461).
La seria preoccupazione che mosse la gente dei casali cosentini, quando Alfonso ebbe concesso al fratello di Gabriele de Cardona, tesoriere generale del ducato di Calabria, in feudo la città di Reggio, sottratta al regio demanio: timore che venne raccolto dal sindaco Pietro Curto ed espresso nel Parlamento, unito nella Cattedrale di Cosenza. Andreasso Migliarese e Pellegrino di Sorrento, sindaci dell'Università dei casali fecero, quindi, richiesta al Re Alfonso che, per le sue virtù di uomo saggio, addivenne a riconfermare i privilegi sulla regia Sila col proibire di costituire difese (28 marzo 1453). In modo esplicito, il 23 gennaio 1473, venne firmato il diploma di tutela del regio demanio della Sila da Alfonso II, figlio primogenito: «Item ordinamus quod in prefacta Sila Cosentie nullus possit defensas facere».
L'avere difeso i privilegi demaniali, dell'Università dei casali, il riconoscimento normanno-svevo, favorito dallo sviluppo rinascimentale verificatosi intensamente nel periodo aragonese, ha provocato nelle singole autonomie la maggiore dedizione agli studi e quindi alle professioni, per cui presso le famiglie piccoloborghesi la cultura e la gelosa cura di preziose biblioteche, rinomate nei casali, hanno distinto una nobiltà diversificata, non facile a subire sopraffazioni, pronta ad intervenire in difesa contro i ripetuti tentativi di infeudazione.
Le «fonti aragonesi» presentano sin dal 1452 una serie di notai dei casali cosentini: Aurelio Vencio di Spezzano Piccolo, Guglielmo de Marco di Spezzano Grande, Apostolo Zumpano di Celico, Nicola Antonio Cacchio di Rovito, «magister» Ventura di Celico.
Un notevole numero di «casalini», come osserviamo, si occupò nello stesso tempo per la riscossione di tributi.
I tributi erano costituiti ordinari e straordinari: ossia, il focatico, la tassa del sale e la tassa generale con la eventuale aggiunta delle spese onerose dovute alla guerra e alle calamità, ecc.. Onde avere un panorama completo del quadro generale delle imposte nel periodo aragonese nelle Calabrie bisogna esaminare i vari registri: «El ligisto de la polise de lu sale de sectembro quincte indictionis» (1456-1457) ed, ancora: «El registro de le polise de lo foculieri de natale de lanno quinte indictionis» (1456-1457). Notiamo che addetto a queste operazioni di riscossione della Calabria Citra era posto Joanne de Ponte, luogotenente del «magnifico» Rencio d'Aflicto «regio thesaurieri ducatus Calabrie». Limitando la lettura alla fascia dei casali pre-silani si possono riscontrare, nei limiti delle «polise», relative all'anno 1456-1457, quei nomi che direttamente esigevano i tributi da ogni famiglia «fuoco»:
«Spezano Pichulo»: Jacobo Russo, Cesaro Russo;
«Spezano Grande»: Pressano de Paterno, Nardo de Franco;
«Celico» o «Chelico»: Cola de Linardo, Guennico Turcho, Mastro Marco, Cola de Zompano, Guerra Curoho, Damiano de Zumpano, Joanni Bernardo, Nardo de Celico, Petri Rumbo, Sinatolo de Mauro, Antonio Czopo (Zupo), Jacobo Cricio, Johanni Liali;
«Rovito»: Solviestro de Florita, Cola Dedurna, Johanne Brunecto, Juliano Favaro, Cola Cozzolino, Yanne Antoni Russo, Cola Fecza, Cola Arniyedi (Arnieri);
«Lappano»: Cola Scarpino, Strangeri, Johanni Ripulo, Perri Paulillo;
«Sancto Pietro»: Maumecto de Novel, Angelo de Stephano, Calandro, Rogeri Barilaro;
«Sancto Benedicto»: Angelo de Donato, Antoni de Castiglune;
«Pedace»: Antoni Rizo, Jacobo de le Volte, Donato Fragale, Antoni de Guillelmiello, Petro Mello (Mollo), Thomasi de lu Palazo, Antoni Leonecta;
«Pietraficta»: Daptolo Russo, Perfilio Russo, Cola de Dipignano, Jacobo Torcharo (Turchiaro), Joanni de Olivieri;
«Aprigliano»: Abrigliano, Pietro de Merata;
«Zumpano»: lohanne Mastaro, Zumpano, Dorante Rumu (Rumbo), Pietro de Bichardo.
. . . . . . . . . .
La testimonianza che in modo singolare ci proviene dalla lettura del documento «datum in regio castro Cusencie, die Xll aprilis, XV indicionis, MCCCCLII (1452)» Viceré Franciscus de Siscar, è il ricorso di oltre trenta uomini di Spezzano Piccolo che con la loro presenza ed agitazione esposero la, ormai, insopportabile prevaricazione nel trarre illeciti guadagni abusando della carica loro affidata di «taxtores taxe generalis salis et aliarum regalium».
Con ragione sottolineavano come «quod potentes exonerant et impotentes agravant» e, per di più, «inordinate et indecenter». L'insorgere manifesto del casale di Spezzano Piccolo esprime dalla stesura del documento le estreme condizioni in cui i «casalini» nel periodo aragonese erano costretti, rapporto che ci giunge nella sua interezza. I sommovimenti popolari, che ebbero per protagonisti la nostra gente, si esteso nel più vasto arco di casali che circondano i monti della Sila. La richiesta del Duca di San Marco e Principe di Bisignano dei Sanseverini al Re Ferrante per ottenere cavalli «per la sua difesa che li so' necessari» ... «che su foressiti de li Casali de Cusencza circa homini cincocento, che seria periculo revoltarese un'altra fiata li casali», pone con manifesta preoccupazione la esistenza e le origini lontane del brigantaggio («foressiti») presente e vivissimo nelle lotte sociali della fase aragonese nelle Calabrie..
Fra coloro che più direttamente presero una più chiara posizione rivendicativa dei diritti demaniali dell'Università dei Casali cosentini, successivi al sindaco Pietro Curto di «Texanum», rileviamo la posizione assunta dal «Magnifico Messere» Pietro Cicala, del 21 nov. 1481, quando formata una difesa nella Sila di Cosenza per le giumente di casa reale, ne chiese la revoca, poiché lesiva ai diritti dell'Università e «si costituisse nella Sila, a Tacina, dove fu sempre ai tempi di Alfonso».
La famiglia dei Cicala ebbe particolari mansioni sin dalla V indizione (1456): «li nobili Nomini Jacopo Cicala et Jesuczo Carazolo», nella riscossione dei fuochi della città di Cosenza, tesoriere del ducato Renzo d'Afflitto; Messer Bernardo Cicala, sindaco sindacario (1464-1467), Jacopo Cicala, sindaco di Cosenza con gli «auditori» Antonio Bonifacio e Tomaso Parisio (1472).
La famiglia dei Cicala possedeva a Cosenza il palazzo che in seguito divenne sede dell'Arcivescovado, dalle cui prigioni, attraverso un passaggio segreto, il 1563, riuscirono ad evadere Marco Berardi, il Re della Sila, e Pietro Cicala «dell'illustre famiglia Cosentina», aggregata al sedile dei nobili (Frugali).
Nel periodo aragonese nelle Calabrie distinguiamo l'emergenza di quella lotta delle glebi, che, comunque, non ebbe mai tregua per le continue sopraffazioni a cui erano sottoposte. Ne coglie e ne guida le rivendicazioni in funzione popolare un cosentino Niccolò Tosti (Cola) che nei casali era riuscito a stringere particolari relazioni e collegamenti. Assume una dimensione storica, nella particolare risonanza nella lotta delle classi, la partecipazione di una considerevole moltitudine di lavoratori della terra «agrestium», di tagliaboschi, di fuorusciti formatisi al passaggio dei casali di «manco». Convennero da infiniti rivoli sulle colline degradanti di Maida (Sant'Eufemia): erano per quanto annotava il Pontano, circa dodicimila uomini «ad duodecim milia Suisse hominium, qui simul ad tumultum convenerat».
L'obiettivo che s'erano preposti era quello di annientare gli armati di Alfonso D'Avalos, essendo venuti a conoscenza dello spostamento delle sue forze verso Nicastro.
In un combattimento precedente 'Cola Tosti aveva inflitto un serio colpo agli stessi armati nei pressi del fiume Savuto, dove venne ucciso il conte Carlo Monforte di Campobasso. Rincorati da questo successo decisero l'attacco senza un preordinato piano di combattimento, si scagliarono in massa al grido selvaggio: «carne, carne! ... Morano, morano!».
Il D'Avalos insieme a Jacopo Galeota ordinò gli armati a forma di castro, riuscendo in questo modo a scompigliare l'urto disordinato degli attaccanti. Il resoconto della lettera inviata dal D'Avalos a Ferrante, in data 3 giugno 1459, tramite il viceré Francesco Siscar è estremamente eloquente nel dettagliare la strage: «ne havimu morti più de cinquecento et presi tanti che omne uno era stracco de amazare; che ne avimu pigliati tanti che erano pieni di alogiamenti et vedendo che erano più li presi che nuy lifecemo tagliare a pezo ed impiccare...».
Ferrante, nonostante la orrenda strage, per porre ordine e stroncare ogni sommovimento, venne a Cosenza con duemila cavalli, stabilendo il centro operativo nel castello di Rende (4 settembre 1459). Il primo attacco lo diresse contro il vicino casale di Castiglione (ora Cosentino), terra allora di 300 fuochi (6 settembre 1459), «il quale (casale) nonostante per natura de loco fosse ben munito et de fossi, ripa et steccati ben fortificato, facendo nuy dare la bataglia intorno incontinenti lo pigliassimo, et fora del nostro costume per dare esemplo ad li altri fessimo mettere a saccomanno». A Castiglione si era rifugiato 'Cola Tosti con 700 uomini, da dove riuscì a fuggire gittandosi dalle mura con 25 compagni raggiungendo il bosco silano (Longobucco).
Al casale, durante la notte venne appiccato il fuoco, dopo il bivacco dei militi del Re. Dai casali circonvicini San Beneditto, San Pietro in Guarano, Altavilla, Lappano, Zumpano, Rovella, Flavetto, Motta e Rovito, cosparsi a qualche miglio sulle colline circostanti, le donne e i vecchi temendo una eventuale rappresaglia «cum molte lacrime (gli abitanti) et cum la corriggia alla gola... vennero a domandare misericordia et pietà del loro grave errore». Ferrante, sconvolto dalle pietose grida delle donne calabresi, perdonò a tutti e si rapporta che la partecipazione della gente fu tale che il Re fu costretto a rimanere sul posto oltre due giorni. . .
Il 19 settembre 1459, il Re si mosse da Rende e pose il campo base a «lo Laco» (Pian del Lago) a sette miglia da Cosenza. Vennero dalla Calabria Ultra a porgli omaggio il Conte di Reggio Antonio De Cardona, il Conte di Terranova Marino Correale, il Conte d'Arena Loise Caracciolo, il Conte di Sinopoli Carlo Ruffo ed il 20 settembre giunse il Marchese di Crotone Antonio Centelles. Appena vide il Re, egli scese da cavallo e s'inginocchiò per ben tre volte: quando giunse vicino gli baciò il piede e la mano con particolare osservanza. Col permesso del Re il Centelles la notte dormì in un casale vicino un miglio e mezzo, la mattina come d'accordo, ritornò al campo di Lago, ma Ferrante lo fece catturare insieme al fratello Giacomo. Da Trezzo scriveva: <Sgombrato il campo, Ferrante si diresse rapidamente a Catanzaro, dove pose l'assedio intorno alle mura «scalis admotis, oppidum aggreditur»; e costà, nell'eroica difesa che «ac mortuo balistali sagitta Tosto», a dir del Pontano. Vero è che dell'eroe popolare casentino nella versione dell'Andreotti, argomenta in polemica, ma non corroborato da documenti, venne tradotto in Castel Nuovo, da dove non usci vivo; forse, questa fine venne scambiata con quella toccata ad Alfonso Centelles o a Maso Barrese, o al Principe di Rossano Marino Marzano (1465) figlio di Covella Ruffo!
'Cola Tosti, comunque, rimane il più diretto coordinatore delle rivendicazioni popolari della gente dei casali cosentini e dei pastori delle masserie silane convogliando gli uomini nella lotta aperta, anche se a costo di gravissime perdite, senza tirarsi indietro: sì, morendo, come dice il Pontano, colpito da saetta sugli spalti delle mura di Catanzaro.

Lo scontro tra borbonici e francesi sull'altura Junco

Intanto, i fedeli del Borbone, anche se il moto non ebbe in origine chiara natura politica, cercano di volgere il momento a loro favore. I borbonici di Pedace, guidati dal Ferrari di Spezzano Piccolo, occupano l'altura detto Gionco, di fronte a quell'abitato, sparano molti colpi d'archibugio per trarre la gente a rivolta onde massacrare i patrioti Barracco, Barrese, Catalano, De Marco, Monaco, Palmieri, Scorzafava e Spina, vendicare la dinastia, la religione e la nazionalità. Essi assicuravano anche che validi aiuti sarebbero giunti dalla Sicilia e promettevano pure la vendetta degli oltraggi patiti.
La rivelazione del multiplo proposito dei Borbonici suscita a manifestarsi l'opposizione del partito del patrioti. Se ne rende motore Giovanni Spina, giovane non ancora ventenne, della nobile ed antica famiglia dl Spezzano Piccolo. Egli si rivolge ai suoi compaesani, ancora estranei al moto partito da Pedace, e dice loro che seguire l'esempio dei vicini paesani sarebbe come provocare l'ira del Francesi, i quali subito piomberebbero nel paese, lo sottoporrebbero a sterminio, vi alzerebbero i patiboli e le case incendierebbero mentre le giovani donne e le caste spose diverrebbero «ludibrio delle Insultate schiere». Ma l'appassionata concione ed il prestigio del nome non gli procurano molti proseliti. Soltanto otto lo seguono. E con questi va ad occupare una collina ove i sollevati cercano di circondarlo, prevenendone il disegno. Il giovane Spina si slancia sulla sinistra dell'avversario, che rompe subito; poi fa lo stesso alla destra; quelli del centro, impressionati, si sbandano, scappano. Così che, dopo una brevissima lotta ch'è costata la vita ad alquanti borbonica, Spina rientra nel suo paese ove e festeggiato ed ove tiepidi si sentono esortati ad assumere un atteggiamento. (...)



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